martedì 3 luglio 2018

Nuova Zelanda: dettagli pratici

Ormai i nostri lettori più fedeli e sportivi conoscono il nostro amico Mauro e la sua avventura nel Tour Aotearoa, in questo articolo ci racconta un po' più in dettaglio come lui ha organizzato il viaggio, bagaglio bici compreso, e ci dà qualche suggerimento per un viaggio in Nuova Zelanda, con o senza bici al seguito.


Il viaggio

Ho volato con la Emirates, non tanto per il prezzo, più o meno allineato tra tutte le compagnie aeree (al massimo si poteva sperare di risparmiare un paio di cento Euro, viaggiando con vettori cinesi), quanto piuttosto per la maggiore flessibilità nel trasporto bici e perché meno soggetto ai meticolosi controlli che compiono le dogane australiane e neozelandesi, in particolare sui passeggeri in arrivo dall'Asia, molto propensi a portare al seguito cibi e prodotti naturali assolutamente vietati.


Pur potendo trasportare fino a 32Kg, ho mantenuta il peso della bicicletta inscatolata su circa 23 Kg (quelli ammessi in stiva dalla Air New Zealand sui voli interni) affiancata da un bagaglio a mano da 7 Kg: in sostanza, niente di diverso che viaggiare con un trolley monstre, di quelli che siamo abituati a vedere sui nastri trasportatori degli aeroporti intercontinentali. Il contenuto del bagaglio è, tuttavia, molto più minimale e ve ne parlerò più avanti. La durata del volo è la medesima sia all'andata che al ritorno, ma le 12 ore di fuso orario e gli scali tecnici a Dubai e in Australia (ovviamente la Thai o la China Eastern ne fanno altri), portano a circa 5 i giorni che vanno complessivamente sacrificati tra andata e ritorno per raggiungere Auckland, scalo principale di ingresso nel Paese e prima città, con circa 1,5 milioni di abitanti. 
Le altre città di rilievo sono Wellingtonla Capitale, e Christchurch, delle tre l’unica nell’isola del Sud, le quali hanno circa 500mila abitanti ciascuna. 
Circa due terzi dei neozelandesi, dunque, vive in tre sole città, con gli stessi problemi che abbiamo in Europa, mentre gli altri sono soprattutto stanziati in località costiere, in un Paese che all'incirca ha la stessa estensione territoriale dell’Italia e, curiosamente, anche una forma delle due isole principali che ricorda uno stivale rovesciato.




I trasporti interni

Molti, sentendo parlare di Nuova Zelanda in bici, avranno pensato a Jovanotti, il quale ha tratto un documentario dalla sua esperienza di cicloturista, facendo in tal modo riflettere l’opinione pubblica sulla concreta possibilità di utilizzare un mezzo di trasporto che, soprattutto a Roma, continua ad essere sottovalutato quando non addirittura osteggiato. 
Lo spirito che si vive in altri Paesi, tuttavia, non è completamente diverso dal nostro: se la bici ha fatto breccia nella cultura nazionale di alcuni di essi è stato solo per l’intervento energico dello Stato, il quale non può comunque influenzare i singoli cittadini che, anche in Nuova Zelanda, in molti casi sono auto-dipendenti e sentono il proprio spazio rubato dalle due ruote. 
Ad ogni modo, partendo dalle tre città principali, c’è una fitta rete di ciclabili e bike lane e, addirittura, si può raggiungere l’aeroporto stando in sella, comprare per 25$ uno scatolone della Air New Zealand (il loro motto è “You pedal here, we fly you there”), impacchettare la bici e fare la procedura inversa una volta sbarcati a destinazione. In effetti, in Nuova Zelanda l’aereo è il mezzo di trasporto più pratico: le distanze via strada sono notevoli, con una viabilità paragonabile pressoché ovunque all’extraurbana secondaria italiana, con una buona rete di bus che però applica restrizioni al trasporto di bici ed è lenta e costosa; i tracciati ferroviari, presenti solo in alcuni rari casi e consigliabili per turismo (cito alcune tratte, che però non ho praticato personalmente): l’Overlander tra Auckland e Wellington, il TranzCoastal tra Christchurch e Picton e il TranzAlpine tra Christchurch e Greymouth). 


La carenza di tracciati ferroviari è dovuta allo sviluppo industriale e minerario che si ebbe in nuova Zelanda a partire da circa 150 anni fa, quando risorse, legname e animali di allevamento venivano trasportati su una rete di ferrovie a carbone a scartamento ridotto, la cui utilità è stata vanificata nel secondo dopoguerra, con la diffusione del trasporto su gomma. Ciò, paradossalmente, è stata la fortuna dei percorsi ciclabili in tutto il Paese: la maggior parte, infatti, sono stati tracciati riprendendo quelle vecchie ferrovie, in un’ottica di sostenibilità ambientale e di recupero della memoria di un passato recente, ma che è quasi l’unico a cui si possa far riferimento. Va tenuto conto, infatti, che se i polinesiani furono i primi a colonizzare l’Aotearoa a partire dai Secoli XI-XIII, i primi “europei” visitarono il Paese con l’olandese Abel Tasman a partire dal 1650, con l’inglese Cook un secolo dopo e solo dall’800, con lo sfruttamento economico del Paese, l’immigrazione divenne consistente. Si consideri, ad esempio, che Christchurch è stata fondata nel 1840! Le guerre interne che scoppiarono in quell’epoca, poi, hanno portato i Māori ad essere espropriati delle terre di cui avevano un possesso atavico, tanto che ancora oggi costituiscono la parte minoritaria e più disagiata della popolazione, nonostante alcuni provvedimenti volti a recuperarne la memoria e a prestargli assistenza sotto il profilo sociale. “Once were warriors”, un film del 1994, ce ne può dare una vaga idea.









Turismo in Nuova Zelanda

Parlavamo di Jovanotti che ha girato l’isola del Sud, come la maggior parte dei turisti, i quali più spesso lo fanno azzardandosi a guidare sulla sinistra con macchine a noleggio o acquistate (occhio alla patente, che deve essere internazionale o tradotta da società riconosciute dalla NZ Transport Agency, facilmente individuabili su Internet) o, più spesso con camper o van attrezzati per dormire a bordo (ho notato Jucy, Britz e Wickedcampers, ma ce ne saranno altri). Quest’ultima soluzione, oltre che più pratica, è anche utile ad evitare il sovraffollamento delle strutture ricettive durante l’estate australe (da dicembre a febbraio), in cui il paese diviene meta di turisti interni ed esterni, tra i quali anche molti golfisti spesso giapponesi o statunitensi (il golf è uno degli sport più praticati, anche per tornei di beneficenza interaziendali, tenuto anche conto della facilità con cui cresce l’erba dei campi, grazie alle abbondanti precipitazioni). Inoltre, il mezzo privato consente di usufruire dei numerosi campground sparsi su tutto il territorio nazionale gestiti dal già citato DOC (Department of Conservation), sul cui sito sono inoltre presenti tutti gli itinerari turistico-naturalistici riconosciuti (alcuni parchi nazionali furono istituiti già a fine ‘800). 
Altro ausilio per il turista è l’app per cellulare Campermate, gratuita e ottima anche per trovare una soluzione dell’ultimo momento. Di moto ne ho incontrate pochissime, un po’ perché la tassazione neozelandese scoraggia l’acquisto di quel mezzo, un po’ forse anche per il meteo variabile e la pericolosità della circolazione stradale.



È opportuno spendere due righe sulla ridotta biodiversità presente in Nuova Zelanda, rimasta come nella preistoria fino all'arrivo dei polinesiani e gravemente minacciata dall'introduzione di piante ed animali da parte dei successivi coloni. 
Oggi, infatti, le dogane neozelandesi sono puntigliose persino nel verificare lo stato di pulizia di una MTB o dell’equipaggiamento da camping, per evitare di introdurre altre varietà di semi o insetti, potenzialmente dannosi. Tutti i grandi mammiferi (bovini, ovini, maiali, ma anche cervi da cacciare) e quelli che sono considerati infestanti (topo, cane, gatto e opossum, il quale stermina le uova delle specie avicole endemiche ed è vettore della tubercolosi bovina) furono infatti introdotti dai coloni, così come alcune piante ad uso alimentare o per l’industria forestale, fiorente ancora oggi. Grazie al clima favorevole, un albero impiega un terzo del tempo normalmente necessario per giungere alla dimensione “commerciale” e alcune persone, anziché stipulare pensioni integrative, acquistano col credito d’imposta un albero che, abbattuto 20-25 anni più tardi, fornirà un guadagno di circa 60mila Euro.




Riguardo la biodiversità, forse non tutti sanno che in Nuova Zelanda sono presenti anche alcune varietà di pinguini, di piccola taglia e diffusi in molte aree del Paese. Un’altra prerogativa sono i piccoli delfini di Hector, presenti nella baia di Akaroa come specie endemica e, purtroppo, minacciata di estinzione. Il famoso uccello terrestre kiwi, invece, è quasi impossibile da incontrare, se non in escursioni accuratamente organizzate: è infatti gravemente minacciato dai cani e da quegli animali che si cibano delle sue enormi uova.







Cosa Vedere

Una peculiarità che ho notato, avendo battuto le due isole per tutta la loro lunghezza, è che ovviamente i turisti non visitano generalmente tutto il Paese, ma si concentrano solo in alcune aree, quelle più facilmente raggiungibili col trasporto pubblico o con la viabilità ordinaria più scorrevole. Ciò è logico e comprensibile, dato che chiunque cerca di sfruttare al meglio il tempo disponibile, ma alla fine questo comporta un relativo affollamento di alcune aree, trascurandone altre di indubbia bellezza.
Oltre alle già menzionate Auckland, Wellington e Christchurch (ancora oggi un cantiere aperto, dopo il devastante terremoto del 2011), le attrattive di maggior richiamo sono soprattutto naturalistiche (trekking, escursioni con mezzi a motore terrestri e marini, osservazioni della fauna, ecc.) ma anche più convenzionali, come le zone di produzione vinicola del Central Otago e del Marlborough o i set della saga de “Il signore degli anelli”, visitati ad esempio partendo dal paese di Matamata e di cui si è già parlato su questo blog.
Personalmente, ho preferito la parte centrale dell’Isola del Nord, quella più selvaggia e meno sfruttata turisticamente, dove infatti si recano più spesso i turisti nord europei, abituati a soluzioni meno “all’italiana”. Ad ogni modo, se non volete muovervi in jeep verso le zone dove si addestrano anche le forze speciali neozelandesi (ne abbiamo incontrato un plotone che rientrava da una ricognizione addestrativa a lungo raggio), c’è sempre l’elitaxi.



Se vogliamo fare una panoramica dei più bei luoghi che ho attraversato da Nord a Sud, non necessariamente in bici, rammento il distretto di Whangarei (abbiamo dimorato ad Herekino prenotando con Air B&B in dei confortevoli cottage in piena foresta, di proprietà di un signore di origini italiane, da raggiungere avventurosamente ma molto suggestivi); Kahipara Harbour, esposta ai venti meridionali e perciò da attraversare con taxi boat solo col bel tempo; il Parco Regionale Tapapakanga lungo la costa Est e le piscine termali di Miranda; il tratto selvaggio nella foresta da Mangakino Ongarue; il già citato Whanganui National Park, il cui fiume omonimo è percorribile con jetboat, in canoa a tappe per chi ha tempo ed ama l’avventura, oppure in elicottero. Martinborough, invece, è un grazioso paese che non ha perso il proprio spirito grazie all’architettura coloniale e ai numerosi vigneti, visitabili anche in bici.





Wellington la Capitale (prescelta dopo Auckland nel 1865 perché baricentrica tra Nord e Sud), per noi europei è poco significativa, ma un paio di giorni non le si possono negare. Spettacolare, invece, lo stretto di Cook e le isole e penisole nel Nord della South Island, piene di itinerari naturalistici raggiungibili anche in barca da Picton, il porto di arrivo del traghetto che collega le due isole maggiori in circa tre ore e mezza. Per chi volesse recuperare una notte di sonno, prenotando per tempo il traghetto si può disporre di una cabina e imbarcarsi già in serata, per giungere a Picton all’alba del giorno seguente.




Nella South Island, è bene ricordare il paesino di Brightwater, che diede i natali a celebre fisico nucleare Ernest Rutherford; il lago Rotoroa; l’ex zona mineraria aurifera di Big River, dopo Reefton, selvaggia ma entusiasmante e nella quale immigrarono anche molti italiani, spesso provenienti dall’Australia dove già avevano maturato esperienza nel settore estrattivo.



L’area intorno a Blackball, invece, è quella considerata più arretrata anche dagli stessi neozelandesi, retaggio dell’epoca relativamente recente in cui le attività minerarie e le lotte sindacali erano ancora vive. Eppure, a breve distanza c’è Greymouth col suo porto, quello in cui giungevano gli immigrati e da cui partivano i minerali faticosamente estratti.



Le strutture portuali hanno ormai un’aria triste, eppure si immaginano ancora oggi i bastimenti che sfidavano le insidie del porto canale affacciato sul crudele mar di Tasmania. La South Island è attraversata per tutta la sua lunghezza dalle Alpi meridionali, le Southern Alps, la cui cima più alta è il monte Cook, che raggiunge i 3.764 metri. Esistono anche dei ghiacciai perenni – raggiungibili dalle località turistiche estive ed invernali di Fox Town e Haast – i quali si stanno ritirando a causa del surriscaldamento globale, un po’ come succede nelle nostre Alpi. Dei laghi Wanaka Hawea vi ho già accennato, così come pure della Highway 6, il cui sostenuto traffico diurno turistico può essere evitato tramite il Crown Range Summit a quota 1.076 metri, aperto per la prima volta nel 1860 e la cui strada è stata asfaltata solo nell’anno 2000!



Dalle limitrofe località montane e sciistiche, tra cui la nota Cardrona (pittoresca con i suoi ottocenteschi edifici in legno) si giunge a Queenstown, cittadina graziosa ma troppo turistica sul lago Wakatipu, che è possibile attraversare a bordo della nave a vapore Earnslaw. Finalmente, da lì, si torna nella selvaggia Nuova Zelanda: mandrie e panorami, guadi di acqua gelida e, tramite il tracciato della solita ferrovia soppressa, si arriva ad Invercargill, bella città a cui si torna dopo aver toccato Stirling Point (Bluff), finalmente la punta più meridionale della nostra Aotearoa! Il traffico commerciale di legname è intenso, poiché gli autotreni giungono qui per scaricare il prezioso carico pronto per essere esportato.








Invercargill avrebbe forse meritato un giorno in più, tenuto conto che da lì proveniva il Burt Munro immortalato nel film “Indian – La grande sfida” e oggi vi esiste il museo di veicoli Transport World. Per chi invece adora le ostriche, uno dei principali prodotti locali, tutti gli anni vi si tiene un festival a tema.

A margine, devo citare sia Auckland (dove mi sono fermato alcuni giorni prima della partenza del tour, ospite di una famiglia molto accogliente) che Christchurch, ove sono stato ospite di un amico del quale vi accennerò in chiusura. Entrambi sono città molto belle, nella prima ho visitato il War Memorial che è anche museo e il Maritime Museum ove, tra l’altro, si esaltano le glorie veliche dei Kiwi. A   poca distanza da Christchurch, in cui sono degni di nota il Canterbury Museum, il Quake Museum dedicato al terremoto del 2011 e il Museo dell’aviazione di Wigram c’è la Penisola di Banks, la quale è naturalisticamente splendida e l’ho girata in lungo e in largo in bici, con gran fatica a causa delle numerose colline, ma che vi consiglio sicuramente.






Ho anche effettuato un paio di escursioni in gommone nella baia di Akaroa, quella dei delfini di Hector. Anche il paese di Akaroa è gradevole, benché turistico (è anche meta di navi da crociera che si mettono alla fonda nella baia), ma questa sua vocazione è comprensibile poiché gli abitanti sfruttano il retaggio coloniale francese che, seppur breve, lo rende molto pittoresco. Qui, segnalo il B&B French Bay Housedove i simpaticissimi Tim e la moglie Jacqui la mattina servono addirittura croissant e il ristorante Harbar Beach Café and Bar, dove ho conosciuto il cuoco, italiano, che vi lavora insieme alla propria fidanzata francese, entrambi molto simpatici.







Il cibo e la cucina


Sotto l’aspetto culinario, data la tipologia di viaggio che ho affrontato e considerato le zone poco popolate o addirittura remote attraversate, ho mangiato barrette, frutta secca e molto scatolame. Spaghetti, pollo, corned beef e addirittura la famigerata SPAM, che in caso di necessità non è poi così male. Le attività commerciali restano aperte dalla mattina alle 8.00 fino al pomeriggio, alle 16.00 o 17.00; lungo le statali e nei paesi più piccoli in cui si ha la fortuna di trovare un minimarket, i cosiddetti Dairy shop, questi rispettano gli stessi orari. Nelle cittadine, alcuni take away cinesi o indiani o le grandi catene come Subway o Mc Donalds si possono trovare aperti fino alle 21; nelle città e nelle località turistiche si può andare anche oltre, ma non aspettatevi le abitudini italiane con ristoranti aperti fino a tardi. Il pane, poi, è poco diffuso anche a tavola (nei ristoranti si paga a parte e viene portato solo se richiesto) e quasi sempre come pan carré, quindi poco pratico da portare in bici. La qualità del cibo è comunque buona anche per il nostro palato, anzi, le rare volte in cui sono stato in ristoranti, ho sempre mangiato bene (agnello, pollo e manzo sono gli ingredienti più diffusi, anche negli hamburger). A Invercargill, in particolare, ho mangiato all’ottima Speight’s Ale House. Il fish and chips è il cibo take away più comune, mentre tra i dolci ho apprezzato il Cromwell’s crumble e i biscotti Afghan ricoperti di cioccolato, ottimi da mangiare a colazione in viaggio, se non c’è nei paraggi una tavola calda dove gustare i classici scrambled eggs, bacon e salsiccia e una fetta di torta alla carota! Attenzione: si paga in anticipo quasi ovunque, anche se il ristorante o il bar sono mezzi vuoti. E vi guardano male, se pensate di poter pagare al termine del pasto, anche se si vede che avete fame e gli svuoterete la cucina con più ordinazioni successive.






L’acqua in bottiglia è una rarità, sia perché generalmente quella pubblica è di buona qualità, servita in caraffe, sia perché i neozelandesi hanno una coscienza civica – al contrario di molti di noi – e sanno che sprecare un quarto di litro di petrolio per farmi arrivare in mano mezzo litro d’acqua in una bottiglia di plastica, è un costo che il nostro pianeta non può sostenere a lungo. Il maltempo che ha smosso fanghi e sedimenti mi ha sconsigliato di bere da torrenti e cascate, ma avevo comunque con me e ho sporadicamente utilizzato un filtro potabilizzatore della Sawyer (utile anche per filtrare l’acqua di rubinetto nei paesi del terzo mondo, a dire il vero) che, a detta di molti, nella maggior parte dei casi sarebbe comunque stato superfluo data la purezza delle fonti. Il clima piovoso, ad ogni modo, ha ridotto il mio fabbisogno idrico.
I vini sono di buona qualità, sia quelli prodotti in Nuova Zelanda che in Australia. Quelli di importazione sono più economici, ma vale la pena assaggiare quelli locali, magari delle più famose zone di produzione sopra richiamate.
Le birre locali sono buone: ricordo la Mac’s, la Speight’s e la Monteith’s; per me, meglio le scure. Attenzione al fatto che solo pochi locali dispongono della licenza per la vendita di alcolici; inoltre, esistono molte zone di rispetto all’aperto in cui ne è vietato il consumo. In alternativa, vi consiglio l’analcolica ginger beer. Se non altro, è fresca e frizzante!!! Tra i birrifici artigianali ho avuto modo di assaggiare i prodotti della Three boys brewery di Christchurch, dove ho avuto modo di recarmi. Ho anche scoperto che alcune sue bottiglie sono conservate al Quake Museum, poiché in occasione del violento sisma del 2011 la fermentazione aveva dato un risultato particolare, che è stato commercializzato subito con una speciale etichetta al fine di avere fondi da spendere nella ricostruzione dell’azienda.





Telefono e comunicazioni

Per quanto riguarda le comunicazioni, ho acquistato una scheda Vodafone NZ per i turisti, la quale dà 300 minuti internazionali (che però ho utilizzato solo per chiamare utenze telefoniche neozelandesi) e 3GB di traffico dati (usati tramite app Telegram per chiamare in Italia). La copertura è ridotta nelle zone più impervie, ma nei paesi e sulle coste non si hanno generalmente problemi, a parte la velocità di connessione che non sempre consente il traffico vocale. Il parere di altri turisti è che l’operatore Spark sia altrettanto valido, ma non ne ho avuto esperienza diretta.


Il bagaglio

In chiusura, affronto l’argomento lasciato in sospeso dall’inizio di questa seconda parte dell’articolo, quando ho parlato del mio ingombrante bagaglio.



Tenuto conto che nell’isola del Nord il clima è subtropicale, mentre al Sud è come nelle regioni settentrionali d’Italia, l’ansia di trovarmi in difficoltà mi ha fatto portare più abbigliamento di quanto non si è rivelato necessario. Ad ogni modo, il clima locale non va sottovalutato: al Crown Range Summit, a metà marzo, è nevicato!



Comunque, dicevamo: la bici, ribattezzata “brevet bike” per la partecipazione agli ormai vari eventi internazionali (lo dico con immodestia) di bikepacking, è una MTB hardtail CUBE in alluminio 6061 con forcella ammortizzata, aerobar (un must have per questi eventi di migliaia di chilometri, utili per assumere una posizione più rilassata e aerodinamica nei tratti scorrevoli) e cerchi da 29”. Ho montato all’anteriore un copertone Continental XKing 2.2 e al posteriore un Vittoria Saguaro 2.0; alla giusta pressione, hanno fatto egregiamente il loro lavoro sia su sterrato che asfalto, rivelandosi scorrevoli. Monto una trasmissione Shimano XT 2x10 con rapporti 38/24 e 11/36 e li ho utilizzati tutti con soddisfazione, tenuto conto della bici che con acqua e cibo sarà arrivata anche a 28Kg, se non di più. Utilizzavo correntemente due borracce, più un altro paio pieghevoli che riempivo solo nei tratti senza rifornimenti.
Non ho utilizzato alcuno zaino (uno dei motti degli organizzatori del trail è “let the bike carry the load”), solo borse da bikepacking (da manubrio, telaio, sottosella e una piccola top tube) e uno zaino pieghevole del Decathlon, giusto di emergenza, ma che non ho usato finché, una volta arrivato a destinazione, ho acquistato dei souvenir. Tra di essi, l’immancabile Pounamu, il nome Māori di una pietra durissima, utilizzata prima dell’arrivo degli europei per realizzare armi ed utensili, ma anche monili, quelli che ancora oggi vengono indossati con orgoglio anche dai discendenti dei coloni, per mostrare l’appartenenza alla terra dei Māori.







Per quanto riguarda l’equipaggiamento, oltre a quello che indossavo ho portato un cambio completo da bici (maglia, pantaloncino con fondello e calzini), una maglia calda a maniche lunghe in misto lana merino, una calzamaglia e un piumino comprimibile, un costume da bagno e un asciugamano piccolo in microfibra. Avevo anche shorts da bici, che però non ho mai indossato in sella per il caldo o per la troppa pioggia, nonché abbigliamento completo impermeabile (che dopo non troppo tempo faceva comunque filtrare l’acqua che scendeva abbondante). Tutto ciò, naturalmente, unitamente a sacco a pelo e bivy bag per le notti à la belle étoile! Oltre ai pesantissimi power bank, caricabatterie e pile ricaricabili per il GPS e la luce per le pedalate notturne, un kit da primo soccorso, da pulizia personale (giusto l’essenziale) e molti attrezzi e parti di ricambio per la bici, che fortunatamente ho utilizzato poco.

In chiusura, voglio pubblicamente ringraziare un amico mountain biker che ho conosciuto in Italia durante uno dei suoi viaggi per lavoro con appendice ciclistica, il quale mi ha stimolato a partecipare al Tour Aotearoa: si tratta di Matt Hughes, che mi ha indirizzato, accolto e ospitato come un fratello insieme alla moglie ed ai due figli, facendomi anche conoscere molti altri neozelandesi suoi amici, coi quali ho vissuto un clima diverso da quello che avrei potuto avere da semplice turista. In occasione della sua partecipazione all’edizione 2016 del tour, ha anche realizzato un video che propone tutt’ora per raccogliere fondi per beneficenza, come hanno fatto numerosi altri partecipanti ad entrambe le edizioni.

martedì 19 giugno 2018

In Nuova Zelanda per l' Aotearoa Tour: impressioni a caldo dopo l'arrivo

Tour Aotearoa: 600 ciclisti, 3.000 chilometri e circa 33.000 metri di dislivello positivo da percorrere in bici in massimo 30 giorni, da Cape Reinga a Bluff. Numeri accattivanti, per gli amanti della Cabala! 

Aotearoa è il nome Māori della Nuova Zelanda (praticamente agli antipodi dell’Italia), che è stata attraversata per tutta la sua lunghezza con una partenza collettiva (in sei ondate da circa 100 partenti ciascuna), toccando da Nord a Sud gli estremi geografici di quel Paese. 



La scelta dei due luoghi è legata anche alla spiritualità e alle leggende degli antichi abitanti delle isole, che anticamente si insediarono approdando proprio a Cape Reinga.
L’evento biennale, brevetto in modalità bikepacking, non è una gara – l’organizzazione aveva, infatti, stabilito che non si potesse percorrere in meno di dieci giorni, pena la squalifica – ma molti lo hanno affrontato come tale, cercando di coprire la considerevole distanza nel più breve tempo possibile (per la cronaca, mi risulta che il più veloce abbia impiegato 10 giorni e 1 secondo).




La tag-line del Tour AotearoaNew Zealand 3000Km bikepacking odyssey – riassume perciò l’essenza di ciò che i partecipanti hanno dovuto affrontare: attraversare un intero Paese, in autosufficienza, sopportando il meteo talvolta avverso e tutti gli imprevisti del caso incluse le sirene! Non necessariamente le mitologiche tentatrici di Ulisse, bensì ciò che poteva allettare uno stanco e sporco ciclista, vale a dire un pasto caldo, abbigliamento pulito e asciutto, un letto confortevole.



Data questa premessa, sarebbe arduo descrivere puntualmente la mia esperienza nella terra dei Māori – tra Tour e vacanze trascorsa praticamente sempre in sella alla mia MTB – senza richiedere al lettore di ricorrere a tutta la sua pazienza, avuto riguardo ai frenetici tempi di Internet. 
Per la cronaca e le impressioni a caldo ho, però, tenuto grazie a Monica una sorta di diario fotografico sulla sulla pagina facebook di Viaggi & Delizie, che vi invito a consultare con l'hashtag #Aotearoa; troverete anche una mia breve intervista fatta pochi giorni prima della mia partenza.

Ora, però, veniamo a noi! Nel momento in cui mi appresto a scrivere queste righe, tutti i partecipanti sono giunti da tempo a Stirling Point (o si sono ritirati): posso perciò far fluire nuovamente le emozioni e i pensieri, adeguatamente sedimentati in questo periodo di tempo che mi ha visto tornare ai ritmi lavorativi e alle abitudini italiane, che avevo quasi dimenticato durante il mio “vagabondaggio regolamentato”. Questi ultimi due termini, in effetti, nonostante sembrino contraddirsi, negli eventi bikepacking sono strettamente correlati tra loro, tenuto conto che il tracciato è prestabilito ma che lo si può percorrere attingendo a risorse che stupirebbero Huckelberry Finn. 

Il mio ricovero notturno più comune sono stati i cortili delle scuole pubbliche, la mia cena più prelibata gli spaghetti in scatola della Heinz, la compagnia più gradita il terso cielo notturno, in cui la Croce del Sud più che indicare la direzione da seguire, è servita ad evocare le avventure narrate da Salgari.



ntendiamoci, non voglio dipingere la mia pedalata più ep
ica di quanto non lo sia
effettivamente stata, benché sia fiero di me stesso per come l
ho portata a termine.
Tuttavia, estraniarsi dai condizionamenti quotidiani per
un periodo più o meno lungo, per
me si rivela terapeutico. La mia cura poteva essere una veleggi
ata d
altura (si badi bene,
parlo di un
ntendiamoci, non voglio dipingere la mia pedalata più ep
ica di quanto non lo sia
effettivamente stata, benché sia fiero di me stesso per come l
ho portata a termine.
Tuttavia, estraniarsi dai condizionamenti quotidiani per
un periodo più o meno lungo, per
me si rivela terapeutico. La mia cura poteva essere una veleggi
ata d
altura (si badi bene,
parlo di un

attività in cui la barca a vela è il fine, non il
attività in cui la barca a vela è il fine, non il
Intendiamoci, non voglio dipingere la mia pedalata più epica di quanto non lo sia effettivamente stata, benché sia fiero di me stesso per come l’ho portata a termine. Tuttavia, estraniarsi dai condizionamenti quotidiani per un periodo più o meno lungo, per me si rivela terapeutico. La mia cura poteva essere una veleggiata d’altura (si badi bene, parlo di un’attività in cui la barca a vela è il fine, non il mezzo per raggiungere un luogo), ma da un paio d’anni a questa parte lo è diventata anche la bici, fuori strada e possibilmente anche fuori dagli itinerari turistici e lontano dalla folla. Per chi però, come me, è affetto dalla sindrome di Ulisse (quello che gira che ti rigira, alla fine a casa torna sempre!) vivere queste esperienze è come praticare bungee jumping: per quanto emozionante, c’è sempre qualcosa che mi trattiene, che impedisce all'esperienza di diventare totalizzante.

Il primo pensiero che mi torna alla mente (a parte il disappunto di quando, appena partito, ho danneggiato la catena a causa dell’impiastro di sabbia e acqua salmastra sulla Ninety Miles Beach e ho dovuto affrontare i 100Km di spiaggia in single speed) è «Sono venuto qui per questo», mentre attraversavo il Whanganui National Park, dove persino i pionieri reduci dalla Grande Guerra dovettero desistere dall'impiantare delle fattorie, a causa dell’ostilità della rigogliosa natura circostante. 



Nonostante i tracciati ed i sentieri in Nuova Zelanda siano curati dal DOC (Department of Conservation), non si può sperare in sconti di sorta a livello di difficoltà. Un gruppo di ciclisti di un’ondata successiva alla mia, tanto per fare un esempio, è stato riportato alla civiltà da un elicottero della protezione civile, dopo che una delle ricorrenti alluvioni che ci hanno accompagnato lungo il tour aveva portato via strade e ponti, tuttora in via di sistemazione, grazie anche ai nuovi pionieri, tra cui i ragazzi della BlueDuck Station.



Date le abbondanti piogge di cui abbiamo goduto (nonché un paio di cicloni tropicali fuori rotta, tra cui il famigerato Gita), il suono più familiare avvertito in Nuova Zelanda è stato, per me, quello dell’acqua scrosciante, sia essa piovana, dei torrenti o delle cascate che si formano ovunque. E del sapore di quell’acqua, mista a salsedine sulla spiaggia, a terra sulle strade carrarecce, pura quando raccolta da una cascata per dissetarmi. E sorridevo, al pensiero dell’italiano che è il primo consumatore in Europa di acqua in bottiglia (il quale, in buona sostanza, compra la bottiglia, dato l’irrisorio costo dell’acqua alla sorgente). Insomma, l’italiano è il primo acquirente di bottiglie in plastica.





Nonostante la bassa densità abitativa sulle due isole, è difficile non notare ovunque segni di antropizzazione. In questo, i neozelandesi hanno ereditato in pieno la spudoratezza dei propri ascendenti europei, benché abbiano cominciato a costituire parchi naturali e riserve sin dagli albori della colonizzazione intensiva, dalla seconda metà del XIX secolo.
Tuttavia, la natura ancora prevale sull’uomo, non soltanto quando si manifesta con violenti eventi atmosferici: la giornata in cui ho pedalato sulla South Island partendo da Haast, con un cielo terso dopo la tempesta del giorno precedente, mi ha riempito gli occhi e il cuore con le numerose cascate, i laghi Wanaka e Hawea, seguendo poi il corso del fiume Clutha fino alla graziosa cittadina turistica di Wanaka, omonima del lago, dove ho goduto di uno splendido tramonto. 



La cosa sorprendente è che la Highway 6 (da noi, le “autostrade” neozelandesi le classificheremmo come strade extraurbane secondarie, ma sono gestite dal Governo centrale e costituiscono una rete di trasporti strategica) è stata aperta nel suo tratto più meridionale solo nel 1965 ed asfaltata completamente nel 1995. 



A partire dall’800, comunque, c’era una rete di traghetti, ora soppressa, che collegava con finalità commerciali (e talvolta già turistiche!) le principali località sulle sponde dei due laghi. La manutenzione e la sorveglianza, oggi affidata ad operai in jeep, era in precedenza compito di semplici “stradini” che, armati di pala e piccone, si muovevano in moto provvedendo alle riparazioni urgenti nei circa 25Km di tracciato loro affidati. Il più famoso di essi era “Makarora Jack”, soprannome di John Hendry Lange, diventato un’icona dell’impegno che profondono i neozelandesi nel convivere con la possente natura locale. Mi vergognavo, al pensiero delle nostre case cantoniere abbandonate e della vegetazione che invade le carreggiate, mentre in Nuova Zelanda la manutenzione è costante anche se molto onerosa e non sempre tempestiva, proprio a causa dei ricorrenti fenomeni atmosferici di forte intensità.






Non c’è stato un momento in cui in Nuova Zelanda non mi sia sentito come a casa, molto più che se fossi stato nel Regno Unito, praticamente dietro casa. Forse anche per questo motivo – oltre che per la natura e per la posizione strategica tra Oceano Pacifico e Indiano, che rende poco costosi viaggi per noi estremamente esotici, come alle Fiji o in Polinesia – gli europei presenti sono molti, così come pure i nordamericani, mentre altre nazionalità che gradirebbero immigrare hanno rigide restrizioni sul numero di visti concessi. Si tratta spesso di giovani al di sotto dei trent’anni che usufruiscono del Working Holiday Visa (un visto per un anno di lavoro che, chi vuole, può alternare alle vacanze, analogamente a quanto avviene anche in Australia). Sembra che sia facile trovare lavoro nel turismo o nel settore primario (ho conosciuto una ragazza che lavorava in una fattoria di alpaca, introdotti per la lana al pari delle pecore merino), meno per chi cerca di immigrare da adulto: sono poche le professionalità ritenute utili all'economia locale e questo protezionismo è legato anche al ristretto mercato in cui la Nuova Zelanda può commercializzare i propri prodotti. Tuttavia, ci sono delle eccellenze come ad esempio la fabbrica di abbigliamento da ciclismo Ground Effect o il negozio di outdoor Macpac.



In tutta onestà, non saprei se consigliare di visitare la Nuova Zelanda: quello che ho amato io sono state le zone semideserte, la natura, la solitudine che mi ha accompagnato a lungo negli itinerari off road. I tratti percorsi in bici sulle strade asfaltate, sono stati spesso al cardiopalma a causa del traffico veicolare intenso; gli automobilisti killer sono molto più rari che in Italia, ma comunque presenti. Non pensiate perciò che il cicloturismo convenzionale offra soluzioni miracolose! Per non parlare poi del turista medio, che frequenta gli affollati ostelli o aree campeggio, si muove in bus o noleggia un veicolo. Faccio un breve cenno ad una esperienza eccezionale, analoga al Tour Aotearoa ma altrettanto non alla portata di chiunque: si tratta del Te Araroa, la traversata a piedi della Nuova Zelanda, passando per zone dove è talvolta necessario anche avere buone capacità tecniche, oltre che resistenza e spirito di adattamento. Insomma, pensate bene a cosa cercate, prima di imbarcarvi sull'aereo.




A questo punto, chi non ha intenzione di intraprendere un viaggio in Nuova Zelanda, potrebbe anche interrompere la lettura e soffermarsi solo sulle foto, per gettare uno sguardo oltre un paio di oceani. 
Tutti gli altri, invece, soprattutto i più curiosi di conoscere come è andata l'esperienza completa, dovranno aspettare l'uscita del prossimo articolo su questo blog per trovare spunti utili nell'organizzazione di un viaggio con la mia stessa meta!