giovedì 16 agosto 2018

USA Parchi Rossi ovvero il nostro secondo on the road negli Stati Uniti tra Arizona e Utah

Il primo viaggione on the road in USA di polpettina, cioè quello in California dello scorso anno si era concluso a Los Angeles dopo aver percorso quasi 3000 miglia ed aver visitato San Francisco, lo Yosemite, il Sequoia, la Death Valley, Las Vegas, una puntatina al Grand Canyon West, il Joshua Tree, San Diego e Los Angeles. I giorni limitati ed il fatto di avere per la prima volta con noi una bambina di poco più di un anno ci aveva però impedito di raggiungere i cosiddetti Parchi Rossi cioè Monument Valley, Bryce Canyon, Antelope Canyon e Grand Canyon che da moltissimi anni sognavo pensando al mio primo viaggio in America. Così stendere un secondo itinerario per un un secondo viaggio on the road è stato un compito semplice. Una volta condiviso il programma con i nostri compagni di viaggio Cinzia e Gianni è stato quasi automatico acquistare altri biglietti aerei per Los Angeles. Perché atterrare di nuovo li? Perché i voli dall'Italia sono in assoluto i più economici e perché abbiamo pensato che due giorni di relax sull'Oceano non guastano mai, soprattutto quando sei consapevole di quante cose ancora da vedere hai lasciato lo scorso anno.

Nasce così il nostro secondo itinerario in USA West Coast o altre sì detto USA Parchi Rossi del quale potete vedere nella mappa interattiva qui sotto le principali tappe attraverso Arizona e Utah.



Il ritmo è stato leggermente più lento dello scorso anno perché tutti volevamo avere un po' più tempo per rilassarci e goderci i posti anziché macinare chilometri come l'anno precedente. Inoltre Arianna questo anno aveva quasi due anni e aveva bisogno di meno riposo e più intrattenimento. Questa nuova necessità la abbiamo declinata in molti parchi giochi e in qualche ora al giorno spesa in piscina, al termine delle visite quotidiane o dei trasferimenti tra una tappa e l'altra. Abbiamo portato con noi molti giochi ma questi ci sono serviti principalmente in aereo ed in auto mentre arrivati a destinazione era più facile che polpettina si intrattenesse esplorando i nuovi motel oltre che come già detto al parco ed in piscina. 

Veniamo ora alle tappe: siamo atterrati a Los Angeles il 15 giugno e tra ritiro auto e spostamento a Santa Monica se ne è andata la serata. Abbiamo scelto questa zona per trascorrere le prime due notti perché avevamo già visitato Downtown e Hollywood Walk of Fame e cercavamo un po' di relax. Quello che ignoravo è che in questo periodo Los Angeles è caratterizzata da June Gloom, in pratica la mattina tutto l'oceano è avvolto da una foschia che rende il cielo grigio e il clima molto fresco. Verso mezzogiorno invece il cielo si apre e torna l'estate, stare in spiaggia diventa piacevole e si può azzardare anche il bagno (anche se per noi l'acqua era ghiacciata). Nel tardo pomeriggio torna il fresco e a sera è per me decisamente troppo freddo  per essere Los Angeles, la città di Beverly Hills dove i protagonisti non indossavano mai un giubbotto! 
In attesa che spuntasse il sole quindi abbiamo fatto un salto a Beverly Hills e al Griffith Observatory che non eravamo riusciti a vedere lo scorso anno e siamo tornati per pranzo al Farmer's Market e dove non ci siamo fatti mancare una fetta della storica Apple Pie di Du-par's per poi ritornare sulla spiaggia nel pomeriggio e goderci una passeggiata sul molo e sul lungo mare di Santa Monica e Venice Beach.



La seconda mattina siamo partiti di buonora per il vero e proprio on the road attraverso la I40 e poi sulla Historic Route 66, complice il fuso orario ancora sballato e la possibilità di fare colazione dalle h 6 in quasi tutti i motel che abbiamo frequentato. Prima tappa Calico una città ghost-town ricostruita sulle rovine di una antica città sorta attorno alla sua miniera d'argento. Seconda tappa sulla Route 66 Oatman una cittadina famosa per avere degli asinelli che pascolano in libertà e anch'essa un tempo molto popolata grazie alla miniera d'oro. Terza ed ultima tappa della giornata Kingman cittadina famosa per aver dato i natali proprio alla Mother Road Route 66 e già in precedenza importante snodo ferroviario. Qui andiamo a cena in un bellissimo diner in stile anni '60 Mister D'z con Juke Box e statue di Elvis, trascorriamo poi la notte in un motel senza infamia e senza lode qualche miglio fuori città.




Terza tappa da Kingman al Gran Canyon ancora lungo la Route 66 almeno fino a Seligman, la città che ha ispirato gli sceneggiatori di CARS, il film di animazione Disney e dove è possibile vedere Cricchetto ed altri relitti di auto d'epoca. Decidiamo di saltare Williams perché si sta facendo troppo tardi e ci dirigiamo all'ingresso meridionale del Grand Canyon National Park. Vogliamo cambiare prospettiva per ammirare il mitico Grand Canyon che lo scorso anno abbiamo visto dal West Rim, un view point più laterale gestito dagli indiani hualapai e raggiungibile in un solo giorno da Las Vegas. Per visitare il Parco in mezza giornata abbiamo deciso di raggiungere con la navetta Hermit Rest e di tornare a piedi ammirando il canyon dal sentiero. La rimanente Desert View Drive invece l'abbiamo percorsa in auto facendo alcune soste ai view point fino alla Desert View watchtower una torre di avvistamento dove abbiamo potuto godere di una fantastica veduta sul Grand Canyon con i colori del tramonto. Cena tipica Navajo al Cameron Trading Post storico motel e ristorante gestito dagli indiani Navajo e ancora chilometri per raggiungere Page la nostra tappa successiva.



Quarto giorno, giorno di relax. Visto il programma serrato del giorno precedente, così studiato per minimizzare il numero di diversi motel, abbiamo deciso di concederci un giorno in più a Page per riposarci e goderci in po' di più di quanto viene solitamente concesso a Lake Powell, un lago artificiale enorme formato dalla Glen Canyon Dam una diga costruita sul Colorado River. Abbiamo scelto la spiaggia di Lone Rock per passare la mattinata li si può fare il bagno anche se gli RV che possono arrivare fino a riva ne disturbano un po' l'atmosfera. Abbiamo trascorso il pomeriggio nella piscina del nostro Motel di Page, Page Boy Motel, carino ma senza pretese, un po' troppo caro ma come tutti i motel di Page purtroppo.  Per cena abbiamo provato un posto che regala una vera esperienza di cultura locale: In to the grand un ristorante con cucina e spettacoli di danza Navajo, interessante più che altro per lo spettacolo.



La quinta giornata è stata la giornata dedicata agli Antelope Canyon. Non sapendo scegliere quale visitare, abbiamo prenotato l'Upper Antelope Canyon per le 11, l'orario migliore quello in cui la luce solare filtra delle rocce ed illumina in modo ottimale il canyon. Alle tre di pomeriggio abbiamo invece visitato il Lower Antelope Canyon, meno suggestive le foto ma più divertente da percorrere perché disposto su diversi livelli collegati tra loro da scale e passerelle. Entrambi i tour vanno prenotati con mesi di anticipo, soprattutto quello all'Upper delle 11 perchè molto ambito, le guide sono in entrambi i casi indiani Navajo perché si tratta di posti per loro sacri, entrambe le attrazioni vengono chiuse in caso di maltempo perché le piogge si trasformano in alluvioni molto violente all'interno dei canyon.



Il sesto giorno inizia con la visita dell'Horseshoe Bend, un'ansa del fiume Colorado a forma di ferro di cavallo. Stupendo come in foto ma davvero sovraffollato! Ci dirigiamo poi verso la Monument Valley dove percorriamo in autonomia la Valley Drive e pernottiamo in una delle recentissime Cabins del The View Hotel, vista i tre buttes più celebri della Monument. Assolutamente consigliata la sistemazione da quattro posti letto è caruccia ma vi consente di avere un panorama unico ad uso esclusivo e di risparmiare sulla cena essendo  il bungalow molto ampio per tutti e quattro gli ospiti e assolutamente confortevole. Ricordatevi quindi di fare la spesa se volete godervi il relax vista Monument Valley.



Giorno sette: difficile stupirsi ancora dopo tanta bellezza alla Monument Valley. Noi però rimaniamo estasiati da una stupefacente alba dal nostro patio e ancora affascinati dalla visita alla Valley of the Gods e dal bellissimo ma infotografabile Goosneck State Park un'altra serie di anse del fiume Colorado che generano un serpentone infinito tra le rocce. Dopo una sosta improvvisata per una pizza al Wagon Wheel di Monticello (paesino interessante ma che non conoscevamo) proseguiamo il trasferimento per Moab dove alloggiamo per la prima volta in campeggio. Posto carino, fuori città vicinissimo ai parchi che vogliamo visitare (Arches e Canyonlands), cottage minuscolo e privo di utensileria da cucina. Concetto di campeggio totalmente diverso dal nostro: gli americani se ne stanno dentro il loro mega caravan RV con aria condizionata e tv 50'' e non si dedicano né alla vita outdoor né alla socializzazione che sono i due principali motivi che mi spingono alla vita da campeggio. 



L'ottava giornata del nostro viaggio prevede pochissimi chilometri perché l'Arches National Park si trova vicinissimo al nostro campeggio. In realtà il parco è immenso e anche oggi maciniamo le nostre belle miglia sia a piedi che in auto. La fatica del trail, completamente sotto il sole, è assolutamente ripagata dalla visione del Delicate Arch ma il caldo è davvero opprimente e torniamo in piscina molto presto! Ottima cena, davvero elegante e con magnifica vista sulla valle al Sunset Grill un ristorante costruito sulle montagne dove un tempo vi erano miniere di Uranio.



Nono giorno speso al Canyonlands National Park, meno caldo e tanta voglia di avventurarsi sulle strade sterrate che caratterizzano questo parco, purtroppo lasciamo le piste a chi possiede un 4x4 e ci accontentiamo del brevissimo trail al Mesa Arch ed il più impegnativo Upheavel Dome trail attorno ad un cratere di circa 3 miglia di larghezza e 1 miglio di profondità. Il protagonista però è sempre lui il Colorado River che plasma ogni regione in cui scorre con magnifici panorami. Un occhiata veloce ad altri fantastici panorami dal Dead Horse State Park e poi pomeriggio passato nuovamente in piscina con cena alla Moab Brewery una birreria artigianale che sforna anche ottimi panini e piatti di carne!


Canyonlands national park ed il canyon formato dal Virgin River


Decima giornata, giornata di trasferimento da Moab al Bryce Canyon. Si tratta di un trasferimento lungo però due delle strade più panorami dell'intero itinerario. La UT24 infatti ci regala la più grande varietà di panorami dai più desertici della Goblin Valley a quelli più verdi delle oasi che iniziano a comparire nei pressi del Capitol Reef National Park. Facciamo sosta con pic-nic e fetta di torta a Fruita, città fondata dai mormoni e destinata proprio alla coltivazione degli alberi da frutta, e poi riprendiamo la strada fino a Torrey dove svoltiamo sulla UT12 Scenic Byway per altri panorami mozzafiato sull'Escalante Canyon e dove ci fermiamo per una passeggiata sull'Escalante River. Arriviamo in serata a Tropic cittadina a dieci miglia dal Bryce dove alloggiamo al Pioneer Bryce Village, motel carinissimo con cabine in legno, una bella piscina ed un ristorante con birre artigianali.


Capitol Reef National Park

Day 11, interamente dedicato alla scoperta del Bryce Canyon National Park, uno dei parchi che ho atteso con maggiore trepidazione. Partiamo da Sunset Point (l'alba è passata già da un pezzo) e scendiamo lungo il Navajo Loop all'interno del canyon per poi proseguire lungo il Queen's Garden Trail e risalire verso Sunrise Point e ammirare di nuovo l'anfiteatro dall'alto. Bellissimi anche gli altri view point del parco, fatti in macchina dove il rosso delle rocce del Bryce si immerge nel verde dei pini che caratterizzano questo parco. Giretto a Bryce city ed al famoso Ruby's Inn Lodge (storico motel fondato agli albori del Parco Nazionale di Bryce) e ai negozi intorno dalla perfetta atmosfera western.


Bryce Canyon National Park

Il giorno dopo, il dodicesimo raggiungiamo lo Zion National Park, uno dei più antichi degli Stati Uniti. Percorriamo la Mount Carmel Highway la strada panoramica che conduce allo Zion attraverso lo storico tunnel del 1930. Il paesaggio si fa più alpino ma il caldo è torrido. Trovare parcheggio e capire come pagarlo inoltre è una vera impresa (per questo suggeriamo di prendere il bus da Springdale). Non avendo moltissimo tempo da dedicare allo Zion decidiamo di prendere la navetta fino al capolinea e di percorrere poi la Riverside Walk, passeggiata semplice, e per questo superaffollata, che funge da preludio anche alla passeggiata umida nel fiume The Narrows. Raggiungiamo poi il primo view point delle Emerald Pools ma queste sono pressochè asciutte e decidiamo così di proseguire la nostra trasferta verso Las Vegas. Si tratta della seconda visita in meno di un anno ma dopo dieci giorni immersi nel nulla decidiamo comunque di tornare nell'unica città inseribile in questo itinerario. Stavolta decidiamo di soggiornare al Tuscany Suites and Casino un hotel economico a poca distanza dalla strip ma nel quale ci siamo trovati benissimo: suites enormi, con salotto e angolo cottura, e bellissima piscina con ombrelloni a volontà.


Zion National Park il Virgin River

Fare base a Las Vegas per noi non significa trascorrerci la giornata. A parte il clima torrido, entrare ed uscire da hotel e casino non è tra le nostre priorità, così decidiamo di dedicare il giorno 13 del nostro on the road alla vicina Valley of Fire, uno State Park il cui ingresso, 10$ non è incluso nell'Annual Pass. Anche qui sono le rocce e le loro particolari formazioni nei toni del rosso le protagoniste unite ad alcune opere lasciate dall'uomo quali incisioni rupestri e vecchie cabine in legno utilizzate dai primi frequentatori del deserto del Mojave. Trascorriamo poi il pomeriggio in relax in piscina nel nostro hotel e per cena siamo pronti per un'altra cosa tipica di Las Vegas: il buffet del Cosmopolitan, il Wicked Spoon. Ogni hotel di LV infatti ha almeno un ristorante a buffett con pacchetto bevande optional. Lo scorso anno abbiamo provato quello del Bellagio, il più grande in assoluto, questo anno invece abbiamo optato per questo che ci è sembrato qualitativamente più elevato. 


Valley of Fire State Park Nevada Las Vegas

Quattordicesimo giorno, ancora giorno di trasferimento: lasciamo Las Vegas diretti a Los Angeles dove riposeremo un po' prima del rientro in Italia. Per spezzare il viaggio abbiamo individuato un piccolo outlet proprio a metà strada, a Barstow. In due viaggi on the road non siamo ancora riusciti a dedicare un giorno allo shopping ed ora è finalmente venuto il momento. Non è il più bell'outlet del mondo ma ci sono i marchi che ci interessano, inoltre i negozi sono disposti a ferro di cavallo e protetti da porticati che ci fanno sopportare meglio le alte temperature. In un paio d'ore facciamo tutti i nostri acquisti, un pranzo veloce e ripartiamo per la costa. Ho scelto come base per le ultime due notti americane Redondo Beach, una piccola località affacciata sull'Oceano Pacifico che abbiamo visto di passaggio lo scorso anno e della quale mi sono innamorata. Qui c'è questa atmosfera rilassata in cui sognare di trasferirsi viene subito spontaneo.


Welcome to fabulous Las Vegas Nevada

La quindicesima ed ultima giornata la trascorriamo sulla spiaggia. Questa volta abbiamo la pazienza di attendere che June Gloom lasci spazio al sole ed infatti alle 11 stiamo già morendo di caldo sulla spiaggia di Hermosa Beach. Purtroppo non siamo così temerari da fare il bagno, basta avvicinarsi al bagnasciuga che il vento fresco dell'Oceano ci fa passare la voglia... Le spiagge qui sono bellissime, infinite, con poca gente disposta in un'unica grande fila, non esiste stare dietro a qualcun'altro! Il lungo mare è affollato di gente che corre, va in bici, pattini o semplicemente passeggia. Sulla spiaggia ci sono diversi campi da beach-volley e playground per bambini di tutte le età. Il molo di Hermosa Beach si popola di pescatori verso il tardo pomeriggio, noi invece ci spostiamo sul molo commerciale di Redondo Beach dove ci sono diverse pescherie con ristoranti annessi e dove si mangia in modo molto informale il pescato. Pesci di tutti i tipi, crostacei cucinati al momento e secondo il proprio gusto.


Polpetta volante ad Hermosa Beach Los Angeles USA

Il giorno successivo nessun programma, solo un passeggiata sul lungomare per salutare l'Oceano e gli Stati Uniti che ci hanno davvero rapiti in questi due lunghi on the road in otto mesi. Le considerazioni generali che ho fatto al termine del primo viaggio sono ancora attuali e l'unica variazione apportata allo schema è stata il ritmo leggermente più lento: programmato per polpettina ne abbiamo giovato anche noi unendo il desiderio di scoprire al piacere di un po' di relax da vacanza!


venerdì 10 agosto 2018

Hawaii food: i gamberi all'aglio

Giornata di sole oggi, molti saranno in giro per scampagnate e pic-nic e io invece sono in casa, tranquilla a rilassarmi un po' (eh si ogni tanto capita anche a me!). Faccio zapping in TV e mi imbatto su Hawaii Five-O e sto!
Mi piace guardare questa serie TV, mi riporta alle Hawaii, e mi rendo conto che ho un sacco di cose da raccontare che ancora non sono riuscita a mettere nero su bianco. Ma indovinate un po' cosa mi ha fatto scattare la voglia di parlarvi di Hawaii? I gamberi all'aglio!




Ogni tre per due vengono citati nella serie TV e a ragion veduta: i gamberi all'aglio infatti sono uno dei piatti tipici e più conosciuti delle isole e noi, visitando Oahu, l'isola sulla quale si trova Honolulu, abbiamo dedicato una giornata ai gamberi all'aglio, facendo un vero e proprio tour seguendo le informazioni della guida e quelle ritrovate online.

I gamberi all'aglio, quelli veri, non si trovano nei ristoranti, ma il posto migliore dove assaggiarli sono senza dubbio i food truck che si trovano soprattutto vicino alle spiagge più famose o lungo le vie costiere del nord.
Di solito li riconoscete alla prima occhiata: un furgoncino, alcuni tavolini in legno con delle panche e una coda di gente in attesa dell'ordinazione.





Ne avevo letto sulla guida prima di partire e ovviamente non potevo esimermi dall'assaggiarli. Dato però che ogni furgoncino ha la propria specialità, non ci siamo accontentati di un solo assaggio, ma ne abbiamo fatti ben due a distanza di alcuni chilometri.


Il verdetto è stato uno solo: favolosi!
E' vero, sono forse un po' grassi e se non vi piace l'aglio non fanno certo per voi perchè il gusto è predominante, però come dire di no a questa prelibatezza?


I due furgoncini/locali che abbiamo scelto per la nostra degustazione sono stati Giovanni's e Romy's.
Il primo è un vero è proprio furgoncino ed è una vera e propria istituzione per i surfisti hawaiani. Basti sapere che ci sono due postazioni di Giovanni's a Ohau: una sulla costa nord e una sulla costa est.
Il secondo invece è una piccola casetta di legno con accanto un porticato e numerosi tavoli e panche in legno. Qui l'attesa è più lunga ma ne vale la pena.





Ecco appunto, l'attesa è uno degli inconvenienti degli Shrimp Trucks; solitamente durante tutta la giornata c'è un viavai di gente che mangia i gamberi all'aglio e non è quindi possibile suggerire un orario senza coda. Considerando però che sono davvero buonissimi, il mio consiglio è quello di armarvi di santa pazienza ed attendere il vostro turno.


I gamberi all'aglio vengono preparati sul momento, ecco perchè sono così buoni! Solitamente vengono accompagnati da riso a vapore. In alcuni casi ci sono anche patatine oppure del mais bollito.

Ricordando quanto fossero buoni e avendo sempre una scorta di gamberi nel freezer, mi è venuta voglia di prepararli. Ho cercato online la ricetta che più mi pareva si avvicinasse e ho trovato quella di una catena di negozi alimentari delle Hawaii, Foodland.
Decisamente perfetta, un po' come i gamberi che erano pronti per essere trattati nel migliore dei modi. Vi allego qui sotto la ricetta: non spaventatevi per la quantità di aglio, ne serve davvero tanto ma il risultato è assicurato! 




GAMBERI ALL'AGLIO HAWAIIANI


Ingredienti per 1 persona

  • 10 gamberoni interi
  • 10 spicchi d'aglio 
  • 1 tazza di farina
  • 1 cucchiaio di sale
  • 1/4 cucchiaino di pepe di cayenna
  • 100 g di burro tagliato a pezzi
  • spicchi di limone a piacere
  • riso a vapore a piacere

Preparazione

Pulite i gamberoni togliendo l'intestino, sempre mantenendo però il carapace, lavateli e asciugateli.

Miscelate la farina, il sale e il pepe

Passate i gamberoni nella farina delicatamente; vi si deve depositare uno strato leggero di farina non è necessario coprirli troppo.

Pulite gli spicchi d'aglio e tritateli grossolanamente.

In una larga padella fate scaldare il burro finché non diventa spumeggiante.

Adagiate i gamberoni nella padella e ricopriteli con l'aglio. Farteli cuocere a fuoco vivace per 3 minuti poi girateli e continuate la cottura sull'altro lato per ulteriori 3 minuti.

Togliete i gamberoni dal fuoco e adagiateli sul riso bianco cotto a vapore preparato in precedenza. Rovesciate sopra i gamberoni il composto di burro e aglio e deliziatevi!



mercoledì 25 luglio 2018

La bouillabaisse : da non perdere a Marsiglia

In visita a Marsiglia non potevamo evitare di assaggiare i piatti tipici della zona.
Già vi abbiamo raccontato [e dato la ricetta] delle Navettes, i tipici biscotti a forma di barchetta, ma il piatto forte della città, quello che ogni turista deve assolutamente assaggiare prima di andarsene e quello che ogni marsigliese che ha lasciato la città non vede l'ora di gustare ritornandovi è la Bouillabaisse.


Credits: lemiramar.fr


Sintetizzando in poche parole cos'è la Bouillabaisse, la si potrebbe descrivere come una zuppa di pesce, ma non lasciatevi ingannare: è molto di più di una zuppa di pesce a cui siamo abituati noi in Italia.
Innanzi tutto è un rito ed è una ricetta speciale; basti pensare che esiste la Charte de la Bouillabaisse, creata nel 1980 al fine di certificare i ristoranti che la preparano con la ricetta tradizionale.
Sono 17 i ristoratori che hanno sottoscritto la Charte de la Bouillabaisse, quasi tutti con ristoranti situati al Vieux Port della città.
Il Vieux Port è una delle zone più famose e turistiche, da alcuni anni restituito al suo splendore originale e non più visto come zona da cui stare alla larga e noi abbiamo scelto un hotel poco distante proprio per viverlo appieno.

La domenica a pranzo, poi, abbiamo festeggiato la visita della città assaggiando proprio la Bouillabaisse cucinata da uno degli chef fondatori della Charte de la Bouillabaisse, Christian Buffa, grazie all'invito dell'Ufficio di Promozione Turistica di Marsiglia.


Da dove deriva il nome di questo piatto? L'origine del nome è la contrattura di due frasi francesi " quand ça bout, tu baisses" che letteralmente significa "quando [l'acqua] bolle, tu abbassi [il fuoco]". E' infatti così che si prepara: con un'iniziale bollitura rapida e poi un abbassamento della fiamma per continuare una cottura più moderata.

La Bouillabaisse è un vero e proprio rito: ecco perchè prima abbiamo detto che non la si può descrivere solo come zuppa di pesce.
Gustarla a Le Miramar, poi, seduti nel dehor con vista sul Vieux Port e sulla Bonne Mère, la cattedrale sulla collina di Marsiglia, è davvero un bel modo per trascorrere un pranzo della domenica. Prendetevi tutto il tempo necessario perchè per mangiare la Bouillabaisse bisogna essere armati di pazienza e soprattutto di fame, dato che le porzioni sono molto generose.

Si inizia con un brodo di pesce: il brodo in cui sono fatti cuocere i pesci che verranno serviti in un secondo momento. Lo zafferano è sicuramente la spezia che principalmente risalta nel gusto della zuppa, che viene servita con crostini di pane da spalmare con la rouille, una salsa tipica provenzale creata proprio per accompagnare i piatti di pesce e in particolare la Bouillabaisse. La rouille è una salsa con base di maionese a cui viene aggiunto aglio, peperoncino e fumetto di pesce; il suo nome deriva dal colore stesso della salsa, che essendo tendente al marroncino ricorda la ruggine [in francese rouille]. La si spalma su crostini di pane tostato sui quali viene precedentemente sfregato dell'aglio.



Dopo aver gustato il brodo con i crostini arriva la parte più ricca del piatto: il pesce.
Il pesce viene servito a parte ma può essere inzuppato nel brodo rimanente o gustato "asciutto". I pesci principali che vengono utilizzati per la preparazione di questo piatto sono: la triglia, il grongo, lo scorfano e la gallinella; altri pesci possono essere aggiunti a quelli base, ma non in sostituzione. Era un piatto povero, non dimentichiamocelo, quindi scordatevi di trovarci crostacei o molluschi. Ecco nuovamente allora perchè non può essere paragonata alla nostra zuppa di pesce.



La bouillabaisse è un piatto importante, complesso e unico. Se volete godervela appieno non ordinate altro, rischiereste di non degustarla come merita.
Noi siamo giusto giusto riuscite ad assaggiare la piccola pasticceria con il caffè: una vera tentazione per occhi e bocca!









martedì 3 luglio 2018

Nuova Zelanda: dettagli pratici

Ormai i nostri lettori più fedeli e sportivi conoscono il nostro amico Mauro e la sua avventura nel Tour Aotearoa, in questo articolo ci racconta un po' più in dettaglio come lui ha organizzato il viaggio, bagaglio bici compreso, e ci dà qualche suggerimento per un viaggio in Nuova Zelanda, con o senza bici al seguito.


Il viaggio

Ho volato con la Emirates, non tanto per il prezzo, più o meno allineato tra tutte le compagnie aeree (al massimo si poteva sperare di risparmiare un paio di cento Euro, viaggiando con vettori cinesi), quanto piuttosto per la maggiore flessibilità nel trasporto bici e perché meno soggetto ai meticolosi controlli che compiono le dogane australiane e neozelandesi, in particolare sui passeggeri in arrivo dall'Asia, molto propensi a portare al seguito cibi e prodotti naturali assolutamente vietati.


Pur potendo trasportare fino a 32Kg, ho mantenuta il peso della bicicletta inscatolata su circa 23 Kg (quelli ammessi in stiva dalla Air New Zealand sui voli interni) affiancata da un bagaglio a mano da 7 Kg: in sostanza, niente di diverso che viaggiare con un trolley monstre, di quelli che siamo abituati a vedere sui nastri trasportatori degli aeroporti intercontinentali. Il contenuto del bagaglio è, tuttavia, molto più minimale e ve ne parlerò più avanti. La durata del volo è la medesima sia all'andata che al ritorno, ma le 12 ore di fuso orario e gli scali tecnici a Dubai e in Australia (ovviamente la Thai o la China Eastern ne fanno altri), portano a circa 5 i giorni che vanno complessivamente sacrificati tra andata e ritorno per raggiungere Auckland, scalo principale di ingresso nel Paese e prima città, con circa 1,5 milioni di abitanti. 
Le altre città di rilievo sono Wellingtonla Capitale, e Christchurch, delle tre l’unica nell’isola del Sud, le quali hanno circa 500mila abitanti ciascuna. 
Circa due terzi dei neozelandesi, dunque, vive in tre sole città, con gli stessi problemi che abbiamo in Europa, mentre gli altri sono soprattutto stanziati in località costiere, in un Paese che all'incirca ha la stessa estensione territoriale dell’Italia e, curiosamente, anche una forma delle due isole principali che ricorda uno stivale rovesciato.




I trasporti interni

Molti, sentendo parlare di Nuova Zelanda in bici, avranno pensato a Jovanotti, il quale ha tratto un documentario dalla sua esperienza di cicloturista, facendo in tal modo riflettere l’opinione pubblica sulla concreta possibilità di utilizzare un mezzo di trasporto che, soprattutto a Roma, continua ad essere sottovalutato quando non addirittura osteggiato. 
Lo spirito che si vive in altri Paesi, tuttavia, non è completamente diverso dal nostro: se la bici ha fatto breccia nella cultura nazionale di alcuni di essi è stato solo per l’intervento energico dello Stato, il quale non può comunque influenzare i singoli cittadini che, anche in Nuova Zelanda, in molti casi sono auto-dipendenti e sentono il proprio spazio rubato dalle due ruote. 
Ad ogni modo, partendo dalle tre città principali, c’è una fitta rete di ciclabili e bike lane e, addirittura, si può raggiungere l’aeroporto stando in sella, comprare per 25$ uno scatolone della Air New Zealand (il loro motto è “You pedal here, we fly you there”), impacchettare la bici e fare la procedura inversa una volta sbarcati a destinazione. In effetti, in Nuova Zelanda l’aereo è il mezzo di trasporto più pratico: le distanze via strada sono notevoli, con una viabilità paragonabile pressoché ovunque all’extraurbana secondaria italiana, con una buona rete di bus che però applica restrizioni al trasporto di bici ed è lenta e costosa; i tracciati ferroviari, presenti solo in alcuni rari casi e consigliabili per turismo (cito alcune tratte, che però non ho praticato personalmente): l’Overlander tra Auckland e Wellington, il TranzCoastal tra Christchurch e Picton e il TranzAlpine tra Christchurch e Greymouth). 


La carenza di tracciati ferroviari è dovuta allo sviluppo industriale e minerario che si ebbe in nuova Zelanda a partire da circa 150 anni fa, quando risorse, legname e animali di allevamento venivano trasportati su una rete di ferrovie a carbone a scartamento ridotto, la cui utilità è stata vanificata nel secondo dopoguerra, con la diffusione del trasporto su gomma. Ciò, paradossalmente, è stata la fortuna dei percorsi ciclabili in tutto il Paese: la maggior parte, infatti, sono stati tracciati riprendendo quelle vecchie ferrovie, in un’ottica di sostenibilità ambientale e di recupero della memoria di un passato recente, ma che è quasi l’unico a cui si possa far riferimento. Va tenuto conto, infatti, che se i polinesiani furono i primi a colonizzare l’Aotearoa a partire dai Secoli XI-XIII, i primi “europei” visitarono il Paese con l’olandese Abel Tasman a partire dal 1650, con l’inglese Cook un secolo dopo e solo dall’800, con lo sfruttamento economico del Paese, l’immigrazione divenne consistente. Si consideri, ad esempio, che Christchurch è stata fondata nel 1840! Le guerre interne che scoppiarono in quell’epoca, poi, hanno portato i Māori ad essere espropriati delle terre di cui avevano un possesso atavico, tanto che ancora oggi costituiscono la parte minoritaria e più disagiata della popolazione, nonostante alcuni provvedimenti volti a recuperarne la memoria e a prestargli assistenza sotto il profilo sociale. “Once were warriors”, un film del 1994, ce ne può dare una vaga idea.









Turismo in Nuova Zelanda

Parlavamo di Jovanotti che ha girato l’isola del Sud, come la maggior parte dei turisti, i quali più spesso lo fanno azzardandosi a guidare sulla sinistra con macchine a noleggio o acquistate (occhio alla patente, che deve essere internazionale o tradotta da società riconosciute dalla NZ Transport Agency, facilmente individuabili su Internet) o, più spesso con camper o van attrezzati per dormire a bordo (ho notato Jucy, Britz e Wickedcampers, ma ce ne saranno altri). Quest’ultima soluzione, oltre che più pratica, è anche utile ad evitare il sovraffollamento delle strutture ricettive durante l’estate australe (da dicembre a febbraio), in cui il paese diviene meta di turisti interni ed esterni, tra i quali anche molti golfisti spesso giapponesi o statunitensi (il golf è uno degli sport più praticati, anche per tornei di beneficenza interaziendali, tenuto anche conto della facilità con cui cresce l’erba dei campi, grazie alle abbondanti precipitazioni). Inoltre, il mezzo privato consente di usufruire dei numerosi campground sparsi su tutto il territorio nazionale gestiti dal già citato DOC (Department of Conservation), sul cui sito sono inoltre presenti tutti gli itinerari turistico-naturalistici riconosciuti (alcuni parchi nazionali furono istituiti già a fine ‘800). 
Altro ausilio per il turista è l’app per cellulare Campermate, gratuita e ottima anche per trovare una soluzione dell’ultimo momento. Di moto ne ho incontrate pochissime, un po’ perché la tassazione neozelandese scoraggia l’acquisto di quel mezzo, un po’ forse anche per il meteo variabile e la pericolosità della circolazione stradale.



È opportuno spendere due righe sulla ridotta biodiversità presente in Nuova Zelanda, rimasta come nella preistoria fino all'arrivo dei polinesiani e gravemente minacciata dall'introduzione di piante ed animali da parte dei successivi coloni. 
Oggi, infatti, le dogane neozelandesi sono puntigliose persino nel verificare lo stato di pulizia di una MTB o dell’equipaggiamento da camping, per evitare di introdurre altre varietà di semi o insetti, potenzialmente dannosi. Tutti i grandi mammiferi (bovini, ovini, maiali, ma anche cervi da cacciare) e quelli che sono considerati infestanti (topo, cane, gatto e opossum, il quale stermina le uova delle specie avicole endemiche ed è vettore della tubercolosi bovina) furono infatti introdotti dai coloni, così come alcune piante ad uso alimentare o per l’industria forestale, fiorente ancora oggi. Grazie al clima favorevole, un albero impiega un terzo del tempo normalmente necessario per giungere alla dimensione “commerciale” e alcune persone, anziché stipulare pensioni integrative, acquistano col credito d’imposta un albero che, abbattuto 20-25 anni più tardi, fornirà un guadagno di circa 60mila Euro.




Riguardo la biodiversità, forse non tutti sanno che in Nuova Zelanda sono presenti anche alcune varietà di pinguini, di piccola taglia e diffusi in molte aree del Paese. Un’altra prerogativa sono i piccoli delfini di Hector, presenti nella baia di Akaroa come specie endemica e, purtroppo, minacciata di estinzione. Il famoso uccello terrestre kiwi, invece, è quasi impossibile da incontrare, se non in escursioni accuratamente organizzate: è infatti gravemente minacciato dai cani e da quegli animali che si cibano delle sue enormi uova.







Cosa Vedere

Una peculiarità che ho notato, avendo battuto le due isole per tutta la loro lunghezza, è che ovviamente i turisti non visitano generalmente tutto il Paese, ma si concentrano solo in alcune aree, quelle più facilmente raggiungibili col trasporto pubblico o con la viabilità ordinaria più scorrevole. Ciò è logico e comprensibile, dato che chiunque cerca di sfruttare al meglio il tempo disponibile, ma alla fine questo comporta un relativo affollamento di alcune aree, trascurandone altre di indubbia bellezza.
Oltre alle già menzionate Auckland, Wellington e Christchurch (ancora oggi un cantiere aperto, dopo il devastante terremoto del 2011), le attrattive di maggior richiamo sono soprattutto naturalistiche (trekking, escursioni con mezzi a motore terrestri e marini, osservazioni della fauna, ecc.) ma anche più convenzionali, come le zone di produzione vinicola del Central Otago e del Marlborough o i set della saga de “Il signore degli anelli”, visitati ad esempio partendo dal paese di Matamata e di cui si è già parlato su questo blog.
Personalmente, ho preferito la parte centrale dell’Isola del Nord, quella più selvaggia e meno sfruttata turisticamente, dove infatti si recano più spesso i turisti nord europei, abituati a soluzioni meno “all’italiana”. Ad ogni modo, se non volete muovervi in jeep verso le zone dove si addestrano anche le forze speciali neozelandesi (ne abbiamo incontrato un plotone che rientrava da una ricognizione addestrativa a lungo raggio), c’è sempre l’elitaxi.



Se vogliamo fare una panoramica dei più bei luoghi che ho attraversato da Nord a Sud, non necessariamente in bici, rammento il distretto di Whangarei (abbiamo dimorato ad Herekino prenotando con Air B&B in dei confortevoli cottage in piena foresta, di proprietà di un signore di origini italiane, da raggiungere avventurosamente ma molto suggestivi); Kahipara Harbour, esposta ai venti meridionali e perciò da attraversare con taxi boat solo col bel tempo; il Parco Regionale Tapapakanga lungo la costa Est e le piscine termali di Miranda; il tratto selvaggio nella foresta da Mangakino Ongarue; il già citato Whanganui National Park, il cui fiume omonimo è percorribile con jetboat, in canoa a tappe per chi ha tempo ed ama l’avventura, oppure in elicottero. Martinborough, invece, è un grazioso paese che non ha perso il proprio spirito grazie all’architettura coloniale e ai numerosi vigneti, visitabili anche in bici.





Wellington la Capitale (prescelta dopo Auckland nel 1865 perché baricentrica tra Nord e Sud), per noi europei è poco significativa, ma un paio di giorni non le si possono negare. Spettacolare, invece, lo stretto di Cook e le isole e penisole nel Nord della South Island, piene di itinerari naturalistici raggiungibili anche in barca da Picton, il porto di arrivo del traghetto che collega le due isole maggiori in circa tre ore e mezza. Per chi volesse recuperare una notte di sonno, prenotando per tempo il traghetto si può disporre di una cabina e imbarcarsi già in serata, per giungere a Picton all’alba del giorno seguente.




Nella South Island, è bene ricordare il paesino di Brightwater, che diede i natali a celebre fisico nucleare Ernest Rutherford; il lago Rotoroa; l’ex zona mineraria aurifera di Big River, dopo Reefton, selvaggia ma entusiasmante e nella quale immigrarono anche molti italiani, spesso provenienti dall’Australia dove già avevano maturato esperienza nel settore estrattivo.



L’area intorno a Blackball, invece, è quella considerata più arretrata anche dagli stessi neozelandesi, retaggio dell’epoca relativamente recente in cui le attività minerarie e le lotte sindacali erano ancora vive. Eppure, a breve distanza c’è Greymouth col suo porto, quello in cui giungevano gli immigrati e da cui partivano i minerali faticosamente estratti.



Le strutture portuali hanno ormai un’aria triste, eppure si immaginano ancora oggi i bastimenti che sfidavano le insidie del porto canale affacciato sul crudele mar di Tasmania. La South Island è attraversata per tutta la sua lunghezza dalle Alpi meridionali, le Southern Alps, la cui cima più alta è il monte Cook, che raggiunge i 3.764 metri. Esistono anche dei ghiacciai perenni – raggiungibili dalle località turistiche estive ed invernali di Fox Town e Haast – i quali si stanno ritirando a causa del surriscaldamento globale, un po’ come succede nelle nostre Alpi. Dei laghi Wanaka Hawea vi ho già accennato, così come pure della Highway 6, il cui sostenuto traffico diurno turistico può essere evitato tramite il Crown Range Summit a quota 1.076 metri, aperto per la prima volta nel 1860 e la cui strada è stata asfaltata solo nell’anno 2000!



Dalle limitrofe località montane e sciistiche, tra cui la nota Cardrona (pittoresca con i suoi ottocenteschi edifici in legno) si giunge a Queenstown, cittadina graziosa ma troppo turistica sul lago Wakatipu, che è possibile attraversare a bordo della nave a vapore Earnslaw. Finalmente, da lì, si torna nella selvaggia Nuova Zelanda: mandrie e panorami, guadi di acqua gelida e, tramite il tracciato della solita ferrovia soppressa, si arriva ad Invercargill, bella città a cui si torna dopo aver toccato Stirling Point (Bluff), finalmente la punta più meridionale della nostra Aotearoa! Il traffico commerciale di legname è intenso, poiché gli autotreni giungono qui per scaricare il prezioso carico pronto per essere esportato.








Invercargill avrebbe forse meritato un giorno in più, tenuto conto che da lì proveniva il Burt Munro immortalato nel film “Indian – La grande sfida” e oggi vi esiste il museo di veicoli Transport World. Per chi invece adora le ostriche, uno dei principali prodotti locali, tutti gli anni vi si tiene un festival a tema.

A margine, devo citare sia Auckland (dove mi sono fermato alcuni giorni prima della partenza del tour, ospite di una famiglia molto accogliente) che Christchurch, ove sono stato ospite di un amico del quale vi accennerò in chiusura. Entrambi sono città molto belle, nella prima ho visitato il War Memorial che è anche museo e il Maritime Museum ove, tra l’altro, si esaltano le glorie veliche dei Kiwi. A   poca distanza da Christchurch, in cui sono degni di nota il Canterbury Museum, il Quake Museum dedicato al terremoto del 2011 e il Museo dell’aviazione di Wigram c’è la Penisola di Banks, la quale è naturalisticamente splendida e l’ho girata in lungo e in largo in bici, con gran fatica a causa delle numerose colline, ma che vi consiglio sicuramente.






Ho anche effettuato un paio di escursioni in gommone nella baia di Akaroa, quella dei delfini di Hector. Anche il paese di Akaroa è gradevole, benché turistico (è anche meta di navi da crociera che si mettono alla fonda nella baia), ma questa sua vocazione è comprensibile poiché gli abitanti sfruttano il retaggio coloniale francese che, seppur breve, lo rende molto pittoresco. Qui, segnalo il B&B French Bay Housedove i simpaticissimi Tim e la moglie Jacqui la mattina servono addirittura croissant e il ristorante Harbar Beach Café and Bar, dove ho conosciuto il cuoco, italiano, che vi lavora insieme alla propria fidanzata francese, entrambi molto simpatici.







Il cibo e la cucina


Sotto l’aspetto culinario, data la tipologia di viaggio che ho affrontato e considerato le zone poco popolate o addirittura remote attraversate, ho mangiato barrette, frutta secca e molto scatolame. Spaghetti, pollo, corned beef e addirittura la famigerata SPAM, che in caso di necessità non è poi così male. Le attività commerciali restano aperte dalla mattina alle 8.00 fino al pomeriggio, alle 16.00 o 17.00; lungo le statali e nei paesi più piccoli in cui si ha la fortuna di trovare un minimarket, i cosiddetti Dairy shop, questi rispettano gli stessi orari. Nelle cittadine, alcuni take away cinesi o indiani o le grandi catene come Subway o Mc Donalds si possono trovare aperti fino alle 21; nelle città e nelle località turistiche si può andare anche oltre, ma non aspettatevi le abitudini italiane con ristoranti aperti fino a tardi. Il pane, poi, è poco diffuso anche a tavola (nei ristoranti si paga a parte e viene portato solo se richiesto) e quasi sempre come pan carré, quindi poco pratico da portare in bici. La qualità del cibo è comunque buona anche per il nostro palato, anzi, le rare volte in cui sono stato in ristoranti, ho sempre mangiato bene (agnello, pollo e manzo sono gli ingredienti più diffusi, anche negli hamburger). A Invercargill, in particolare, ho mangiato all’ottima Speight’s Ale House. Il fish and chips è il cibo take away più comune, mentre tra i dolci ho apprezzato il Cromwell’s crumble e i biscotti Afghan ricoperti di cioccolato, ottimi da mangiare a colazione in viaggio, se non c’è nei paraggi una tavola calda dove gustare i classici scrambled eggs, bacon e salsiccia e una fetta di torta alla carota! Attenzione: si paga in anticipo quasi ovunque, anche se il ristorante o il bar sono mezzi vuoti. E vi guardano male, se pensate di poter pagare al termine del pasto, anche se si vede che avete fame e gli svuoterete la cucina con più ordinazioni successive.






L’acqua in bottiglia è una rarità, sia perché generalmente quella pubblica è di buona qualità, servita in caraffe, sia perché i neozelandesi hanno una coscienza civica – al contrario di molti di noi – e sanno che sprecare un quarto di litro di petrolio per farmi arrivare in mano mezzo litro d’acqua in una bottiglia di plastica, è un costo che il nostro pianeta non può sostenere a lungo. Il maltempo che ha smosso fanghi e sedimenti mi ha sconsigliato di bere da torrenti e cascate, ma avevo comunque con me e ho sporadicamente utilizzato un filtro potabilizzatore della Sawyer (utile anche per filtrare l’acqua di rubinetto nei paesi del terzo mondo, a dire il vero) che, a detta di molti, nella maggior parte dei casi sarebbe comunque stato superfluo data la purezza delle fonti. Il clima piovoso, ad ogni modo, ha ridotto il mio fabbisogno idrico.
I vini sono di buona qualità, sia quelli prodotti in Nuova Zelanda che in Australia. Quelli di importazione sono più economici, ma vale la pena assaggiare quelli locali, magari delle più famose zone di produzione sopra richiamate.
Le birre locali sono buone: ricordo la Mac’s, la Speight’s e la Monteith’s; per me, meglio le scure. Attenzione al fatto che solo pochi locali dispongono della licenza per la vendita di alcolici; inoltre, esistono molte zone di rispetto all’aperto in cui ne è vietato il consumo. In alternativa, vi consiglio l’analcolica ginger beer. Se non altro, è fresca e frizzante!!! Tra i birrifici artigianali ho avuto modo di assaggiare i prodotti della Three boys brewery di Christchurch, dove ho avuto modo di recarmi. Ho anche scoperto che alcune sue bottiglie sono conservate al Quake Museum, poiché in occasione del violento sisma del 2011 la fermentazione aveva dato un risultato particolare, che è stato commercializzato subito con una speciale etichetta al fine di avere fondi da spendere nella ricostruzione dell’azienda.





Telefono e comunicazioni

Per quanto riguarda le comunicazioni, ho acquistato una scheda Vodafone NZ per i turisti, la quale dà 300 minuti internazionali (che però ho utilizzato solo per chiamare utenze telefoniche neozelandesi) e 3GB di traffico dati (usati tramite app Telegram per chiamare in Italia). La copertura è ridotta nelle zone più impervie, ma nei paesi e sulle coste non si hanno generalmente problemi, a parte la velocità di connessione che non sempre consente il traffico vocale. Il parere di altri turisti è che l’operatore Spark sia altrettanto valido, ma non ne ho avuto esperienza diretta.


Il bagaglio

In chiusura, affronto l’argomento lasciato in sospeso dall’inizio di questa seconda parte dell’articolo, quando ho parlato del mio ingombrante bagaglio.



Tenuto conto che nell’isola del Nord il clima è subtropicale, mentre al Sud è come nelle regioni settentrionali d’Italia, l’ansia di trovarmi in difficoltà mi ha fatto portare più abbigliamento di quanto non si è rivelato necessario. Ad ogni modo, il clima locale non va sottovalutato: al Crown Range Summit, a metà marzo, è nevicato!



Comunque, dicevamo: la bici, ribattezzata “brevet bike” per la partecipazione agli ormai vari eventi internazionali (lo dico con immodestia) di bikepacking, è una MTB hardtail CUBE in alluminio 6061 con forcella ammortizzata, aerobar (un must have per questi eventi di migliaia di chilometri, utili per assumere una posizione più rilassata e aerodinamica nei tratti scorrevoli) e cerchi da 29”. Ho montato all’anteriore un copertone Continental XKing 2.2 e al posteriore un Vittoria Saguaro 2.0; alla giusta pressione, hanno fatto egregiamente il loro lavoro sia su sterrato che asfalto, rivelandosi scorrevoli. Monto una trasmissione Shimano XT 2x10 con rapporti 38/24 e 11/36 e li ho utilizzati tutti con soddisfazione, tenuto conto della bici che con acqua e cibo sarà arrivata anche a 28Kg, se non di più. Utilizzavo correntemente due borracce, più un altro paio pieghevoli che riempivo solo nei tratti senza rifornimenti.
Non ho utilizzato alcuno zaino (uno dei motti degli organizzatori del trail è “let the bike carry the load”), solo borse da bikepacking (da manubrio, telaio, sottosella e una piccola top tube) e uno zaino pieghevole del Decathlon, giusto di emergenza, ma che non ho usato finché, una volta arrivato a destinazione, ho acquistato dei souvenir. Tra di essi, l’immancabile Pounamu, il nome Māori di una pietra durissima, utilizzata prima dell’arrivo degli europei per realizzare armi ed utensili, ma anche monili, quelli che ancora oggi vengono indossati con orgoglio anche dai discendenti dei coloni, per mostrare l’appartenenza alla terra dei Māori.







Per quanto riguarda l’equipaggiamento, oltre a quello che indossavo ho portato un cambio completo da bici (maglia, pantaloncino con fondello e calzini), una maglia calda a maniche lunghe in misto lana merino, una calzamaglia e un piumino comprimibile, un costume da bagno e un asciugamano piccolo in microfibra. Avevo anche shorts da bici, che però non ho mai indossato in sella per il caldo o per la troppa pioggia, nonché abbigliamento completo impermeabile (che dopo non troppo tempo faceva comunque filtrare l’acqua che scendeva abbondante). Tutto ciò, naturalmente, unitamente a sacco a pelo e bivy bag per le notti à la belle étoile! Oltre ai pesantissimi power bank, caricabatterie e pile ricaricabili per il GPS e la luce per le pedalate notturne, un kit da primo soccorso, da pulizia personale (giusto l’essenziale) e molti attrezzi e parti di ricambio per la bici, che fortunatamente ho utilizzato poco.

In chiusura, voglio pubblicamente ringraziare un amico mountain biker che ho conosciuto in Italia durante uno dei suoi viaggi per lavoro con appendice ciclistica, il quale mi ha stimolato a partecipare al Tour Aotearoa: si tratta di Matt Hughes, che mi ha indirizzato, accolto e ospitato come un fratello insieme alla moglie ed ai due figli, facendomi anche conoscere molti altri neozelandesi suoi amici, coi quali ho vissuto un clima diverso da quello che avrei potuto avere da semplice turista. In occasione della sua partecipazione all’edizione 2016 del tour, ha anche realizzato un video che propone tutt’ora per raccogliere fondi per beneficenza, come hanno fatto numerosi altri partecipanti ad entrambe le edizioni.