giovedì 15 gennaio 2015

Con l'Ospite del Mese in Nuova Zelanda: un Viaggio alla ricerca della Terra di Mezzo

Parafrasando Bilbo Baggins, l’Hobbit creato dalla fantasia di JRR Tolkien, questo è davvero “un viaggio a lungo atteso”. Non vediamo l’ora di lasciarci stupire da una terra ancora in gran parte incontaminata e bellissima e di portarci al centro di quei luoghi che il visionario Peter Jackson ha scelto come sfondo della sua trilogia.

E’ giusto precisare subito riguardo ai tour “a tema” che abbiamo seguito, che non si tratta MAI di esperienze “commerciali” o dozzinali. I gruppi di turisti sono sempre piccoli, le guide persone semplici e genuine, e l’esperienza è quella di un viaggio quasi esclusivo, riservato a un piccolo manipolo di amici.

Partiamo a bordo di un fuoristrada assieme a due guide e due viaggiatori, impieghiamo un paio d’ore per raggiungere la nostra meta. L'autista ci fornisce spiegazioni ben al di là di banalità sul film, parlandoci della tragedia del terremoto e della reazione dei cittadini. Ascoltiamo rapiti, intanto siamo fuori città e l’argomento passa alle strutture di irrigazione e all’allevamento. Giusto per non andare fuori tema, da un visore ci vengono mostrati alcuni “dietro le quinte” del Signore degli Anelli, in particolare la realizzazione della città Edoras, capitale di Rohan.
Cominciamo in effetti a sentirci immersi nel clima di quel fantastico reame: il panorama é cambiato, da ampie pianure a vista d’occhio eccoci alle propaggini orientali delle stupende Southern Alps, la terra si fa più brulla, l’erba più scura e stepposa, ed i primi pendii sono dolci sagome marrone chiaro che si frappongono tra noi e i massicci picchi innevati più oltre. Una sosta lungo le sponde del Lake Clearwater é d’obbligo, e dopo un lungo tratto accidentato, arriviamo in vista della nostra meta. 





L’alta e frastagliata collina, i cui fianchi sono rocce lavorate dalla forza degli elementi, é Mt Sunday, dove per oltre 8 mesi la troupe del film ha realizzato il set di Edoras. Ovviamente il set  é stato rimosso ma il tutto ci rimanda alle descrizioni di Tolkien, la collina al centro di un ampia valle a cui fanno da sfondo gli immaginari “Monti Bianchi” di Gondor.
Rimaniamo senza parole anche quando ci arrampichiamo sulla sommità di Mt Sunday per alcune foto, la vallata é ampia e suggestiva, e la guida ci mostra i punti esatti dove si sono svolte alcune scene del film. Il vento é fortissimo, si fatica a stare in piedi in alcuni tratti! In fondo, in una stretta gola il nostro sguardo riconosce la sagoma inconfondibile del “fosso di Helm” visto in importanti scene de “Le Due Torri”.

Attraversare Selwin, Ashburton, Mackenzie, Waitaki e Central Otago é una continua sorpresa! Il paesaggio si mantiene simile nelle pianure del Canterbury e per parte del distretto di Ashburton, ma una volta nei pressi del paese di Geraldine, ecco morbide colline e strade tortuose, prati brucati da pecore e scintillanti nel loro verde acceso. Il Mackenzie District ci dona alcune delle più belle viste sul distante Mount Cook nello stesso momento in cui il panorama si fa brullo, aspro e stepposo lungo la SH8, si sale ancora un po’, e poi, dopo una curva, la Nuova Zelanda ci colpisce ancora forte con la sua bellezza: la strada scollina e sulla destra compare dal nulla un’immensa distesa turchese: é il lago Tekapo, il cui colore strabiliante é dato dalla sua origine glaciale, e brilla di questa colorazione unica nonostante il cielo non sia terso: questo piccolo mare di cristallo si appoggia a delle montagne il cui fianco scende con dolcezza fino all’acqua, bianche a metà e solcate dai suggestivi segni lasciati dai ghiacciai. Le nuvole tra le loro cime formano una massa vaporosa.


Cinque ore dopo siamo a Queenstown. Questa città, adagiata sulle acque del lago Wakatipu, gode della presenza scenica di monti chiamati “The Remarkables”. E’ un centro urbano dinamico, vivace e sportivo, contenuto sia in dimensioni che nell’altezza dei suoi edifici, con uno stile moderno e non ben definito nel centro e tracce del classico stile coloniale nelle residenze collinari ai suoi margini.
La presenza dei turisti qui é un po’ ingombrante, vi sono moltissime agenzie che organizzano tour guidati ed é forte l’attrattiva per gli sport estremi e le escursioni, tuttavia ci si riesce ancora a godere una passeggiata e, consigliati da alcune guide, compriamo un biglietto per la funivia “Skyline Gondola”, la quale sale molto ripidamente per un’altezza di circa 600m.
La piattaforma di osservazione consente una visione mozzafiato della vallata, di tutta Queenstown, del lago e dei Remarkables, in un unico colpo d’occhio. Le nuvole sopra di noi sono aperte e disegnano suggestivi giochi di luce. 


L’impostazione turistica e viva di Queenstown ci dà l’occasione di poter scegliere tra numerosi ristoranti, e di passare una bella serata.
La mattina seguente saliamo su un altro pick-up e facciamo la conoscenza della simpatica guida neozelandese. Sono gli unici chilometri in direzione sud rispetto a Quenstown che percorreremo durante la nostra vacanza, ma ne assaporiamo ogni momento, la strada si fa tortuosa e costeggiamo il Wanaka e le irregolari vette tra le quali é incastonato. Parliamo con la guida di Queenstown, della geografia del luogo, delle origini glaciali di questi paesaggi e, perché no, di quanto ha inciso per la popolazione locale la realizzazione dei tre film.
Facciamo tappa al “Three Miles Delta”, tra colline, cespugli e le serpeggianti acque che si gettano nel lago riconosciamo lo sfondo della memorabile battaglia nell’Ithillien, tra Haradrim e soldati di Gondor, ed ecco esattamente gli alberi da dove sbucano gli olifanti e il loro percorso prima dell’imboscata! Piú in lontananza il colle dove Sam e Frodo osservano la scena e il bivacco dei due hobbit nella celebre “erbe aromatiche e coniglio al ragù”.
Ripresa la strada verso Glenorchy, sostiamo sul ciglio di un dislivello ove rivolgiamo gli occhi ad una interessante zona quasi palustre, in cui le acque sono punteggiate di piccole isole di terra ed erba in lunghi ciuffi molli. Pur se solamente parte del background finale, realizzato con un ”collage” digitale, si tratta delle “Paludi Morte” attraversate da Sam, Frodo e Gollum nel loro percorso verso Mordor.
Glenorchy é un paesino rurale di poche anime, silenzioso e pacifico. La Jeep passa attraverso le sue strade, costeggiando allevamenti e fattorie, alla “più piccola biblioteca del mondo” e al suggestivo molo ove ad un piccolo magazzino approdavano le barche con i rifornimenti, in un epoca in cui Glenorchy era difficile da raggiungere e la cui intera esistenza dipendeva dalla corsa all’oro, nella seconda metà del 1800.
Entriamo nell’area chiamata Paradise , facciamo una pausa per uno spuntino accanto ad un ruscello che corre parallelo ad una rigogliosa foresta di Faggi.
Il nostro autista spinge il mezzo attraverso sentieri di ghiaia, mentre ai nosti lati scorre lo stesso paesaggio: corta erba verde e migliaia di ovini. Siamo nella zona delle fattorie, dove, a caccia di location per il film, Peter Jackson mise gli occhi sulla zona di Paradise e in particolare sulla fattoria di un certo Alexander.


In queste terre scene di Isengard hanno preso vita. Oggi decine di troupe cinematografiche e pubblicitarie pagano fior di dollari per girare nella fattoria.
Il luogo é affascinante per la presenza di quest’ampia vallata circondata dalle montagne dalla forma caratteristica in cui l’erba cresce con un intenso verde. Con le opportune modifiche al computer questa é divenuta Isengard, con la torre al centro e il vasto verde che la circonda. Ripercorriamo i nostri passi sino ad immergerci in foresta di faggi, alberi spettacolari dalle miriade di foglie finissime. Il terreno umido e i tronchi caduti che costituiscono parte del sottobosco sono ricchi di uno strato di muschio smeraldo, molto più rigoglioso e soffice di quello a cui siamo abituati. Il contesto é inconfondibile: le foreste di Paradise sono lo sfondo della magica Lothlorien, il regno incontaminato degli ultimi Elfi guidati dalla bella dama Galadriel.

La regione del Central Otago ha una stagione vinicola breve ma molto rinomata, specialmente per vini quali Pinot Noir, Chardonnay, Pinot Gris, Sauvignon Blanc e Riesling.
Nel pomeriggio puntiamo ad un’azienda in particolare, la Chad Farm, non solo per la sua qualità ma per un particolare della strada che vi conduce.
Svoltato a destra ed impegnato un tratto di strada ghiaioso e non asfaltato, si sale bruscamente costeggiando quello che appare come un profondo canyon sul fondo del quale scorre un fiume.
Il tratto d’acqua sotto di noi, stretto nella morsa della pietra, ha dato vita a quel breve pezzo del fiume Anduin ove La Compagnia dell’Anello osserva i colossali Argonath, i due re di pietra che fanno la guardia al confine di Gondor.
Le acque del solito sconvolgente colore turchese scorrono rapide tra gli argini frastagliati, ricoperti da chiazze di vegetazione aggrappate alla roccia. Che si sia fanatici (e noi lo siamo!) del film o meno, é difficile staccare gli occhi da questi scorci. 

Lasciamo Queenstown e le sponde del lago Wakatipu per poi sfuggire definitivamente all’abbraccio dei Remarkables ed entrare nel Southland in una piacevole guida di circa due ore, in un paesaggio prevalentemente costituito da distese pianeggianti e campi.
Onnipresenti le chiazze punteggiate di giallo delle ginestre, che un po’ ovunque si trovano lungo i pendii più dolci, ai lati della strada.
Da Te Anau parte la Milford Road, una strada panoramica molto apprezzata dai viaggiatori che si inerpica tra alti picchi sino a raggiungere il fiordo di Milford Sound. Nel primo tratto, goduta la vista del Te Anau, ci si avvicina alle vette, costeggiando l’alveo dell’Eglinton River, sinuoso sullo scenario di rilievi ricoperti da fitte foreste. Più tardi in queste foreste ci si tuffa, la luce del sole filtra solo dalle alte cime di antichi alberi, il sottobosco é ricco di radici, sassi, muschio, la sua vista non viene mai a noia. Il fiume e la valle, con la caratteristica forma data dalla loro origine glaciale, sono ancora lì, ma questa volta le vette innevate sono più vicine ed incombenti, anche se é solo dopo aver sorpassato i calmi laghi Gunn e Fergus che é possibile spalancare la bocca e rendersi conto che nessuna guida o foto ti può preparare allo spettacolo offerto. Le pareti di roccia sono vicinissime a noi, in certi punti ci sentiamo come sul fondo di un baratro. Muri, letteralmente, di grigia pietra quasi verticali, dalla quale esplodono vivaci cascate a strapiombo, semiavvolti da cuscini di nuvole che donano al paesaggio un che di onirico! Attraversiamo un buio tunnel ad una corsia e poi ci fermiamo ad ammirare il tratto finale della Milford Road che, finalmente, scende serpeggiando in una stretta, verdissima valle sino alla sua destinazione, e che da questo punto più alto é ben visibile, e pare un minuscolo sentiero, ridicolmente piccolo di fronte ai mostruosi giganti di roccia che lo dominano. 


La vegetazione è drammaticamente cambiata, qua pioviggina e l’ambiente umidissimo ha dato vita ad una foresta pluviale. Non percorrete la Milford Road in fretta, prendetevi il tempo che vi serve! Troverete lungo di essa chiare indicazioni dell’efficiente “Department of Conservation”, sia di aree per campeggio che riguardanti meravigliose tappe assolutamente da godere, come una sosta sul Lake Gunn e le suggestive cascate “The Chasm”.
 
La mattina successiva ripartiamo in direzione della costa Ovest.
Costeggiamo il Mount Aspiring National Park diretti verso Nord, restiamo immersi per intere ore nelle rigogliose foreste che si aprono a tratti su verdi. L’ambiente é umidissimo, piove e tutti i tronchi sono ricoperti da strati di muschio. La strada si adatta alla geografia irregolare del territorio, ed é parecchio e sulle sue curve non si incontrano molti altri veicoli. 


Durante un’ampia parte di questo viaggio restiamo sempre in vista del fiume Haast, sino a che raggiungiamo il suo estuario e finalmente il cielo nuvoloso si apre, e ci  lascia intravedere il Mar di Tasman


Fox Glacier é uno sparuto gruppo di edifici, perlopiù bar o basi di partenza per escursioni guidate. Scendiamo nuovamente in paese e ci prepariamo alla nostra escursione.
Partiamo alla volta del ghiacciaio: il furgone parcheggia alla base di una spianata tra due pareti rocciose, una di esse praticamente verticale: scopriamo che questo vertiginoso scenario é stato scavato dal ghiacciaio e che qui, decine di migliaia di anni fa, c’erano metri e metri di ghiaccio.
Il sentiero é da affrontare con cautela, la guida ci mette in guardia da possibili frane.
Mentre il percorso sterrato prosegue a sinistra, salendo, noi ci separiamo da esso e scendiamo verso il centro della valle, che si fa sempre più stretta. Ad un certo punto, eccolo! La scura pietra sgretolata si interrompe e laddove le due pareti quasi si congiungono, un colosso azzurro e bianco si erge nel mezzo: E’ il termine del Fox Glacier, un ghiacciaio antichissimo che qui ha il suo confine attuale. Lo spettacolo é strepitoso: il ghiaccio disegna forme geometriche aguzze, la sua colorazione passa dal bianco ad un azzurro slavato, fino al grigio scuro dei frammenti di roccia che sembrano una “spolverata” che ricopre appena questo mastodonte immobile. 


Tutta la faccia sagomata del ghiacciaio é percorsa da venature irregolari, ed al centro, in basso, una profonda caverna si apre lasciando fuoriuscire il fiume, mentre ogni tanto un rumore sordo lascia intuire che un pezzo di ghiaccio si é staccato, infatti eccolo rotolare fragorosamente trasportato dalle acque verso valle. 

Il giorno successivo, iniziamo una lunga guida lungo la “West Coast” dell’isola Sud, che ci porterà fino al nostro prossimo alloggio, nella zona di Punakaiki, nel Paparoa National Park.
Prendiamo possesso della nostra camera e ci dirigiamo verso Punakaiki e la superiamo, diretti al luogo di ritrovo della nostra prossima escursione: una visita alle famose “Glow worm Caves”.
Come al solito il personale locale é simpatico e cordiale, ed in pochi minuti siamo dotati di elmetto e pronti a partire. Attraversiamo un incantevole scenario di foresta, come sempre dall’aspetto primordiale e lussureggiante, per poi seguire la nostra guida su per una ripida scalata verso l’ingresso delle caverne. Un paio di minuti per le spiegazioni e le misure di sicurezza ed eccoci accedere alle Ananui Caves


Sarà una gita emozionante, il percorso si articola su tre “livelli” in base alla profondità delle varie caverne, e l’unica luce é quella sui nostri elmetti. Si tratta di un ambiente geologicamente molto recente, difatti le numerosi stalattiti e stalagmiti sono molto sottili. Vediamo davvero decine di tipi di formazioni diverse, abbiamo il privilegio di osservare diverse stalattiti e stalagmiti, sottilissime, a pochi millimetri dal toccarsi e formare una colonna unica, processo che richiederà ancora almeno un secolo! Dopo il terzo livello e numerose “sale” una più stupefacente dell’altra, entriamo in un ambiente a prima vista non degno di nota, con alla base un rivolo d’acqua fredda e buia. Qua facciamo un’altra di quelle esperienze “WOW”. Spegniamo ancora le nostre lampade e… il soffitto si riempie di piccole luci azzurre! Ecco le famose glow worm, lo stadio larvale di un insetto il quale, percependo l’ingresso di una potenziale fonte di cibo, attiva il suo apparato luminoso, riempiendo la volta di pietra di miriadi di deboli luci. E’ come un cielo stellato nel cuore della terra...

Le “Pancake Rocks” sono rocce calcaree erose, dalla forma unica, simili a grosse colonne costituite da una fila di strati orizzontali, sono disposte in modo da formare dei raggruppamenti alla cui base il mare, se agitato, penetra con forza creando dei pilastri d’acqua, che subito scompaiono. Sono detti blowholes e si rimane ipnotizzati dal loro spettacolo. Nelle prime luci del mattino, ancora basse e diagonali, questo scenario merita una lunga passeggiata, ed é un soggetto fotografico incredibile. 


Ripartiamo. Guidando il nostro veicolo verso Nord, in direzione dei due parchi nazionali Kahurangi e Abel Tasman, il paesaggio ci dona altre viste piacevolissime.
La nostra destinazione é Kaiteriteri, che ha una spiaggia di un favoloso colore dorato, splendida nella luce del sole. Saliamo su un’imbarcazione che ci trasporta su un litorale sabbioso ancora più ampio, la spiaggia di Anchorage.


Lì abbiamo un paio d’ore per seguire un sentiero in salita che si inerpica lungo una collina immersa nel verde che ci consente di avere una visione dall’alto del mare, oggi di un colore blu acceso, dall’aspetto quasi tropicale, completamente differente dai mari freddi e grigi visti sulla costa ovest.

Il mattino é gradevole dal punto di vista metereologico. Altri chilometri percorsi con calma tra gli splendidi paesini che circondano Nelson, e poi dritti sino a Picton, dove lasciamo l’auto a noleggio e ci imbarchiamo su un grosso trasporto della Interislander per passare lo Stretto di Cook.
Impieghiamo circa tre ore per la traversata.
Tre ore dopo navighiamo con lentezza nella Fitzroy Bay, e osserviamo i palazzi di Wellington e le sue colline gremite di edifici sorgere dall’acqua. Nel cielo un aereo sta atterrando e la sensazione di ritornare ad una città vera e propria é straniante. 

La nostra “Compagnia dell’Anello” oggi é più numerosa, siamo circa dodici, di varie nazionalità. La guida, una volta preso posto sul bus, ci parla della realizzazione delle trilogia a Wellington e dintorni e ci mostra alcuni dietro le quinte attraverso un monitor. Cerca anche di farci capire quanto l’impatto di questi film abbia coinvolto in particolare questa città, e quanto amore e passione i Neozelandesi abbiano provato per questa “opera” cinematografica. La prima sosta é puramente simbolica, ma comunque importante. Nella ex cava di Dry Creek Quarry, sono stati costruiti, con un lavoro immenso, i set di Minas Tirith e del Fosso di Helm. Proseguiamo con l’autobus sino all’ Hartcourt Park, un curatissimo parco dove grazie alla nostra guida scorgiamo numerosissimi set originali della trilogia, tra cui, in un vasto prato, i giardini di Isengard, laddove Saruman e Gandalf conversano passeggiando, e dove in seguito gli orchi abbattono centinaia di alberi. Anche qui c’é molto lavoro di inquadratura e di post-produzione ma l’occhio appassionato riconosce gli scenari. Pochissimi minuti di autobus ci portano a ridosso di alcune case, in una zona residenziale.
Il nostro gruppo prosegue a piedi sino ad un fiumiciattolo e improvvisamente ci é chiaro che é la location utilizzata per la scena in cui il cavallo di Aragorn, Brego, risveglia il suo padrone (l’attore Viggo Mortensen), svenuto e ferito dopo la battaglia coi mannari.
Ripariamo, diretti al parco di Kaitoke, un’area verde e suggestiva, all’interno della quale sono state girate tutte le scene di Gran Burrone!
La guida ci mostra qualche foto e alcune illustrazioni che ci danno riferimenti pratici (un albero, alcune montagne) per identificare la posizione dei set rispetto al paesaggio, nelle scene del primo film.
Il vicino Mount Victoria é anch’esso un teatro di numerosissime riprese, specialmente quelle riguardanti la fuga degli Hobbit dalla Contea.
In un parco di conifere secolari, scopriamo altre lcoation, tra le quali il pendio da cui Merry e Pipino rotolano mentre fuggono dal fattore Maggot  (“Scorciatoia per i funghi”), la cavità nella quale i quattro Hobbit terrorizzati tentano di nascondersi dal Nazgul (“Via dalla strada!”), e la collina sulla quale, di notte, incontrano il cavaliere nero e fuggono sul . Ogni punto é facilmente riconoscibile, specialmente l’albero sotto il quale Sam e Frodo campeggiano durante la prima parte del loro viaggio, quando sentono il canto degli elfi in lontananza (nella versione estesa de “La Compagnia dell’Anello”).


Salutiamo Wellington abbastanza presto, oggi ci aspetta un’altra lunga sessione di guida: raggiungeremo direttamente il cuore della Northern Island, il parco nazionale Tongariro.
La pioggia torna a farsi sentire e le temperature sfiorano i sette gradi.
A tratti il tempo migliora e spunta un po’ di sole. L’aspetto dell’ambiente circostante qui é diverso, la maggior parte dei rilievi, perlopiú vere e proprie colline, sono piú bassi ma piú scosesi e ripidi. Gli ovini brucano la verde erba su queste particolari formazioni collinari che sono composte da irregolari “gradoni”. Siamo tra Paraparaumu e e Otaki, i greggi non cessano di essere una costante paesaggistica, anche se certamente meno ampi rispetto a quelli visibili lungo le strade del Sud.
Non siamo ancora vicini al Tongariro National Park che giá la temperatura si è abbassata a quattro gradi centigradi, e una amichevole signora nel bar dove gustiamo una colazione, ci dice che sono giornate straordinariamente fredde e piovose per il periodo e che é prevista addirittura neve a bassa quota. E noi che speravamo di trovare piú caldo qui a Nord! .
Non siamo quindi molto ottimisti nel riprendere la SH49 e la SH4, che costeggiano il territorio del parco a Sud e ad Ovest, mentre cerchiamo di avvicinarci alla nostra meta. Secondo la cartina i vulcani dovrebbero essere lì di fronte a noi, ma tutto ciò che scorgiamo é pioggia ed una parete di grigie nuvole.
Proprio quando la speranza si sta esaurendo le nuvole cominciano a diradarsi e in pochi minuti i primi raggi di sole filtrano, sciogliendo in parte la parete di foschia aprendo la vista a un gruppo di vertiginosi monti, completamente ricoperti di neve. Ecco il Ruapehu, il Ngauruhoe e il Tongariro, tre giganteschi vulcani che ora appaiono così vicini, e ci sorprendono con la loro mole!
La signora del bar aveva ragione, ha nevicato anche a bassa quota, dalle foto che avevamo visto ci aspettavamo più parte del cono vulcanico esposta, ma in questo caso é tutto ricoperto di un soffice mantello bianco.
Imbocchiamo una strada di ghiaia per il Tongariro Alpine Crossing, e una volta ben coperti (fa freddo e tira un vento sostenuto) iniziamo la nostra camminata. Il percorso base dura circa quarantacinque minuti, si parte dall’ultimo parcheggio raggiungibile e si percorre a piedi un sentiero, che sale dolcemente in una valle dominata da morbide colline ricoperte di una vegetazione bassa, stepposa, ciuffi di erba dorata frustati dal vento, mentre il terreno su cui camminiamo, terra e fango, é pieno di pozzanghere.
Il Ruapehu é sempre lì, e ad ogni curva diventa più vicino ed imponente, il paesaggio mantiene la sua ampiezza mano a mano che saliamo, poi il sentiero si inerpica con maggiore pendenza, e le colline acquisiscono un aspetto meno dolce, frastagliati pendii di roccia nera, rugosa e aspra, le cui sommità sono spesso irte di punte aguzze, di origine vulcanica. 


Tutto attorno a noi sarebbe nero o grigio scuro, ci guardiamo intorno e con un po’ di fantasia, tolta la neve, questi sono gli scenari di Mordor e dell’Emyn Muil che vediamo resi con tanta efficacia nei film di Peter Jackson. Ci spingiamo oltre, il sentiero si tramuta in scalini scavati nella roccia scura, saliamo in un’altra ampia vallata, di pietre sconnesse e affilate, più stretta, ci avviciniamo alle alte pareti di roccia vulcanica, e ci spingiamo sino alla sorgente del torrente che abbiamo sempre costeggiato, “Soda Springs”, una piccola cascatella nel fianco della montagna. Qua ci fermiamo ad ammirare il mt. Ruapehu.
Siamo distrutti, la camminava nella neve é provante e fa davvero freddo. Voltandoci a guardare il Tongariro, una volta tornati a percorrele la SH6, scorgiamo un pennacchio di fumo scuro uscire dalla sua sommitâ.

Ci dicono che qualche inglese buontempone, o qualche invidioso abitante dei paesi vicini abbia ribattezzato questa città “Rottenrua”, per il persistente odore sulfureo che pervade le sue strade, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Invidia, certamente, non solo queste voci sono grandemente esasperate, Rotorua é davvero deliziosa: file di strade dritte ed ordinate, ricche di attività commerciali e di attrazioni, un ambiente davvero curato ed accogliente, e l’odore di zolfo non crea alcun fastidio.
La comunitá Maori é più presente in questa cittá, e non mancano le indicazioni, che rimandano ad aree culturali ove é possibile conoscerne la storia, l’arte e le tradizioni. Quest’area é un sito geotermico molto attivo, avvicinandosi ai suoi confini scorgiamo qua e là, sulle colline o anche ai margini della strada, pennacchi di fumo bianco che sorgono dalle profondità della terra. Riposatici in un confortevole hotel di catena, optiamo per fare due passi nella zona dei ristoranti, un gradevole quartiere che offre sia ai turisti che ai locali, ottimo cibo (immancabile bistecca di angus e ottima birra artigianale neozelandese, molto diffusa in tutto il paese), musica e un ambiente piacevole in cui passare una serata.
Alcuni ristoranti offrono spettacoli maori e cibo tradizionale.
Il giorno successivo decidiamo di dedicare al sito di Te Puia una mattinata, e si tratta di un fuori programma che ci ripaga, dal momento che in un’area non troppo vasta si trovano molteplici formazioni di natura geotermica, da pozze di fango ribollenti, a rocce ingiallite dallo zolfo che circondano cavità nella roccia da cui escono caldi vapori, dalle acque azzurroverdi delle “pools” sino a spettacolari geyser, tra cui spicca il famoso Pohutu, il cui getto raggiunge i 30 metri. 


Una guida Maori illustra non solo le caratteristiche dell’area in senso scientifico, ma sottolinea l’importanza che ha per la loro cultura.

A Matamata, i cercatori di location di Peter Jackson hanno trovato durante le ricerche, un sito spettacolare, che sembrava uscito dalle pagine di Tolkien: verdi colline tondeggianti, un placido laghetto, un enorme albero dagli ampi rami, piccoli radi cespugli sotto un cielo azzurro. Era naturale sotto quelle gibbosità della terra immaginare il piccolo buco Hobbit di Bilbo Baggins! Così é stato! Hobbiton é identica a come la ricordiamo nel film. Qua non ci sono artifizi, ogni casa, ogni porta rotonda, ogni comignolo, ogni muretto di pietra é parte di un’unica inquadratura, a trecentosessantagradi si é immersi nella nostra favola preferita!
Ci sono una quarantina di case Hobbit nel sito, e ognuna ha minuti dettagli realizzati ad hoc, da un legnaia ad una zucca, da uno sgabello a una lanterna. Ah! Che emozione percorrere il ponte di pietra che Gandalf attraversa con il suo carro! E sostare sotto l’albero della festa! E una foto davanti a casa Baggins o a alla dimora di Sam Gamgee e Rosie Cotton? 


Percorriamo il ponte che costeggia il mulino e scopriamo che questi furbacchioni hanno riprodotto anche la locanda del Drago Verde, che con i suoi scuri locali e i mobili in legno fedeli alle immagini viste nel film, é suggestiva e ti offre la stessa birra che fu preparata, durante le riprese, per gli attori del film.
 
Quasi tre ore ci separano dall’ultima tappa del nostro viaggio neozelandese. Giunti nelle sue prossimità ci rendiamo conto di come il contrasto tra centri urbani e resto del paese sia forte. Varchiamo i confini cittadini un po’ spaesati, c’é un traffico più intenso che a Wellington, ed è anche un flusso più “nervoso” e caotico, a fatica troviamo il nostro albergo ed un parcheggio, decidiamo immediatamente che nel giorno successivo gireremo a piedi.
Se Wellington era cosmopolita, Auckland é internazionale. Vi sono moltissime etnie e culture diverse, e la presenza delle comunità asiatiche é impressionante. L’aspetto della città é qualcosa che qui non abbiamo ancora visto: gli edifici sono più alti e il centro ha numerosi grattacieli, le vie ampie sono costellate di negozi e attività commerciali, sui suoi marciapiedi scorrono migliaia di pedoni, troviamo artisti di strada, ragazzini che si danno allo skate, moltissimi giovani e tanti turisti. 


Il suo aspetto perde certamente il lato caratteristico del resto del paese, tuttavia nel suo caos mantiene un’aria di ordine e offre una sensazione di sicurezza, apprezziamo soprattutto la zona portuale, con le sue imbarcazioni, i bianchi ponti mobili, gli edifici ed i ristoranti molto curati in riva al mare (specialmente nel quartiere Queens Wharf, sul molo), e una suggestiva e completa vista sullo Skyline cittadino.
Città completa, ricca anche di forme d’arte, musei, scuole, gallerie, monumenti e sculture, vanta due curatissimi parchi in cui gli abitanti si rilassano e, almeno oggi, si godono una  calda giornata di sole.
 
Se volete leggere qualcosa in più di questo meraviglioso viaggio, potete trovare qui altri dettagli!

 Elena e Daniele sono una coppia di novelli sposi che ha alle spalle dieci anni di stupendi viaggi.
Dalla magica New York al freddo della penisola Scandinava, dallo splendore delle antichità romane alla modernità Londinese … amano esplorare nuove città e ammirare le meraviglie che la natura ha da offrire.
Elena, lodigiana di nascita si é trasferita nella verde Brianza assieme a Daniele, nato a Monza ma di origini piemontesi.
Sono entrambi appassionati di letteratura e cinematografia fantasy e fantascientifica, condividono l’amore per le saghe fantastiche e per i giochi!
(Perché ogni tanto c’è bisogno di essere un po’ bambini dentro!)
Daniele ha una passione per l’informatica e ama scrivere, Elena adora stare dietro ai fornelli e non si perde mai una puntata delle sue serie tv preferite.
 

1 commento:

  1. wooooooooooooooow la nuova zelanda è da sempre il mio sogno...

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