venerdì 15 maggio 2015

L'ospite del mese ci porta alla scoperta del Grande Regno di Mezzo

Parafrasando Simon Leys, uno dei più grandi sinologi al mondo: la Cina è il paese che più mette alla prova gli Europei che vi si recano: altre usanze, altri costumi, una lingua difficilissima. Tutto è una sfida in Cina. E non si può dare torto a chi dice questo. 
Eppure sono arrivata in Cina per trascorrervi due mesi di studio e ci sarei rimasta tutta la vita. Perché la Cina non è per tutti, o la si ama o la si odia, ed io credo di non essermi mai sentita così a casa come nel Grande Regno di Mezzo.

In questo Paese sono sbarcata un po’ per scommessa personale un po’ per frequentare due mesi di Business School post Laurea nella terza università più importante del Paese: la Zhejiang University di Hangzhou, “piccola” città di 7 milioni di abitanti, nella ricchissima regione dello Zhejiang, affacciata sull'omonimo lago, amato e lodato da tutti i poeti cinesi dal Medioevo in poi. 


Il programma era più o meno questo: lezioni di 10 ore al giorno sull'economia e la legislazione cinese per quattro giorni alla settimana e weekend liberi. 
Di conseguenza in questi due mesi dall'altra parte del mondo non sono mai stata ferma. Ho preso ogni sorta di mezzo pubblico dai treni ai bus ai taxi (esperienza simile ad un film d'azione per la cattiva abitudine dei cinesi di non rispettare MAI il codice stradale al punto da chiedersi se ce l'abbiano, un codice), attraversato il Paese da sud a nord, visitato aree rurali e montane, affrontato viaggi di sedici o più ore in treno o in bus, mangiato di tutto e dormito ovunque.

Un vero on the road per cui quando mi si chiede di raccontare questo paese non so mai da dove incominciare; riassumere due mesi non è affatto semplice, e così ho deciso di raccontare la mia esperienza cinese sulla base di tre “tappe” che in sé racchiudono tutta l’essenza di questa esperienza: 
  • le città cardine dell’economia e della storia del Paese, 
  • la natura (ebbene sì, la Cina non è solo inquinamento, è natura maestosa che si impossessa di tutto)  
  • il cibo (sfatiamo un mito: in Cina il fritto NON esiste, se vi danno qualcosa di fritto vi stanno prendendo in giro).
Quando si parla di Cina tutti concordano che viaggiare in questo paese sia problematico perché, a parte le città, nessuno parla inglese ed i collegamenti sono difficoltosi: niente di più falso. Chi lo dice o non è mai stato in una delle sue metropoli oppure è stato solamente a Shanghai, perché se è vero che nessuno parla inglese nelle aree più rurali è altrettanto vero che nessuno lo parla neanche a Pechino a meno che voi non stiate tutto il giorno a fare shopping da Bulgari o D&G. Che è sempre una possibilità, ma vi perdereste la vera essenza delle metropoli cinesi: il caos.
Il caos regna sovrano in ogni angolo nelle città cinesi, ai semafori, nella metropolitana, nei grandi viali pedonali, nelle miriadi di panni stesi ad asciugare sui cavi della luce: non vuoi trovare il caos di migliaia di individui che si spostano e ti avvolgono in un’onda colorata? Allora le città le devi visitare dopo le nove di sera, ora in cui tutto comincia a tacere, non ci sono auto per la strada ed i cinesi vanno a dormire.



Perché in Cina la vita inizia all’alba e finisce rapidissima con il crepuscolo e tu ti trovi a passeggiare in una città che fino all’ora di cena vantava venti milioni di abitanti, Pechino, e quando esci dal ristorante sembrano spariti tutti e rimangono attive solamente le bancarelle che vendono street food, la vera anima della gastronomia cinese… loro non dormono mai.


Le città cinesi che ho avuto la fortuna di visitare sono state Hangzhou, dove ero di base, Shanghai, Nanchino e Pechino. Una scelta essenziale, dettata dalla voglia di conoscere quelle città che hanno fatto, e stanno facendo, la storia del Grande Gigante asiatico.
Hanno tutte delle peculiarità, le città cinesi, e se si riesce ad andare oltre l’impatto iniziale, che ammetto essere parecchio duro per gli occidentali, tutte sanno stupire in un qualche modo. 

La “metropoli del mio cuore” è sicuramente la meravigliosa Hangzhou, e quando dico meravigliosa non sto esagerando: attorniata da colline che producono il te migliore della Cina è stata la capitale del regno Song (una delle dinastie che furono fondamentali per la crescita economica della Cina imperiale) ed è una delle poche città del Paese ad avere una considerevole quantità di aree verdi.

Il te, l’ottima università, che vanta un campus per quarantamila studenti, e il lago sono i tre motivi per capitare ad Hangzhou. E sono le immagini a parlare per lei: il lago è sospeso nel tempo, puntellato di pagode (i templi buddisti, religione primaria in Cina insieme alla filosofia confuciana) che spuntano in mezzo al verde smeraldo della vegetazione boschiva, lo si percorre tutto solo se si hanno a disposizione almeno cinque giorni, altrimenti si opta per una passerella costruita nell’Ottocento, che lo taglia in due parti e permette di ammirare le sue sponde per intero attraverso le fronde dei salici piangenti, le uniche piante che i cinesi venerano e rispettano sempre.



Da qui si inforcano le biciclette (ne vendono ad ogni angolo a prezzi stracciati) e si parte alla volta delle colline dove da secoli si produce il te di Hangzhou, considerato un vero toccasana per lo spirito e il corpo (oltre ad essere l’unica bevanda presente sulle tavole cinesi all’ora dei pasti).
Davanti a voi si apriranno centinaia di anfiteatri naturali, con colline scavate a formare continui terrazzamenti puntellati da villaggi tutti intonacati di bianco. Un altro mondo rispetto alla città: qui regna il silenzio, le lanterne di carta di riso sono appese ovunque e tutto si muove lentamente, persino le rare auto.



E pazienza se qui proprio nessuno lo parla l’inglese perché il te è buonissimo e ti sembrerà di essere lontano anni luce dalla frenesia tipica dei cinesi di città. Le zone rurali in Cina sono il regno del silenzio, e sono consigliatissime perché ti lasciano la sensazione di essere sospesi nel tempo.





















Frenesia. Ecco l’unica parola con cui poter descrivere Shanghai. Un’ora di treno super veloce ed ecco che, dalla tutto sommato piccola Hangzhou, si arriva nel cuore pulsante dell’economia cinese, o meglio, dell’economia mondiale.
Due sono le cose degne di nota di Shanghai, 20 milioni di abitanti e tutt’ora la città più occidentale della Cina, la prima è sicuramente il Bund. Un immenso viale che costeggia il fiume principale della città, da qui si ammira il panorama mozzafiato del centro finanziario, con i suoi grattacieli avveniristici che al tramonto risplendono di luce arancione e ti catapultano nel futuro.



Spesso chi arriva in questa città tende a non spostarsi più in là della sua anima più commerciale ed è un vero peccato perché la cosa in assoluto più bella da vedere in questa città così scintillante e cosmopolita è la sua parte vecchia, la seconda cosa degna di nota da vedere a Shanghai.

Ebbene si. A Shanghai resiste una parte più vecchia della città, che va dallo storico mercato dei passeri e dei grilli (in Cina questi sono animali portafortuna e non è insolito trovare anziani che si portano in giro questi animaletti dentro stupende gabbiette di legno; certo il mercato è il posto più rumoroso della città anche perché vi avvengono delle vere e proprie aste in cui moltissimi soldi vengono spesi per accaparrarsi gli esemplari più belli) fino ai giardini imperiali che, meravigliosamente conservati, offrono un’oasi di pace in mezzo ai grattacieli e tra i cavalcavia si trovano quartieri malandati ma ricchi di fascino autentico.


I giardini conquistano sin da primo impatto: un susseguirsi di case da te in ebano e vetro colorato incastonate tra laghetti, rocce e piante. Tutto sospeso nel tempo. Ed ecco che ti ritrovi a fantasticare sull’epoca imperiale e tutti i misteri che si è portata dietro. Giardini di questo tipo si trovano in qualunque grande città della costa poiché più o meno tutte sono state capitali e si assomigliano un po’ tutti, ma quelli di Shanghai per grandezza e conservazione sono i migliori giardini che si possono visitare. 

Perché la Cina è ancora piena di storia, basta aver voglia di uscire un po’ dagli schemi. Ed ecco che con sole 16 ore di treno notturno (esperienza che consiglio vivamente a chi volesse provare emozioni forti comodamente seduto su sedili non reclinabili in mezzo a persone che trattano qualsiasi posto chiuso come se fosse casa loro e allora via ad urlare, preparare cibo, giocare a nascondino, cantare. Una caratteristica, questa, molto cinese) ti ritrovi nella Capitale politica per eccellenza: l’incredibile e bellissima Pechino.
Ed a Pechino ti devi mettere a cercarla, la storia, perché se è vero che una tappa obbligatoria è la città proibita, che tutti conoscono ed è immortalata in tutte le foto e in tutte le cartoline, é altrettanto vero che molta più attenzione meritano il Tempio del Cielo e il Palazzo d’Estate che la follia maoista degli anni della Rivoluzione Culturale non sono riusciti a scalfire e sono ancora lì. Maestosi ed unici come purtroppo la Città Proibita non è più, essendo stata ricostruita alla fine di quel periodo oscuro e tragico.


Pechino merita da sola l’intero viaggio. Non è solo la sua storia drammatica e incredibile allo stesso tempo, è tutto ad essere incredibile. E’ la sua anatra alla pechinese servita in un piccolo ristorantino sul fiume illuminato da migliaia di lampadine appese agli alberi, è la mappa della metropolitana con il suo groviglio di oltre 100 (!!) linee, è il lago su cui si erge il palazzo dove l’imperatore andava a cercare riposo, sospeso ed assopito sotto un cielo costantemente sporcato di smog.


Ma soprattutto sono i suoi quartieri più vecchi con le case ancora in pietra e i bagni pubblici immensi, perché nessuno degli abitanti può possedere il bagno in casa (il sistema fognario a Pechino è costantemente a rischio collasso e questo spiega come mai in tutte le toilette ci sia scritto a caratteri cubitali: vietato buttare la carta nel gabinetto), gli anziani dall’età indefinita che giocano a dama cinese per la strada e le botteghe microscopiche a far apprezzare veramente Pechino più di qualunque altra città.



E poi c’è lei. La Grande Muraglia. Se si è a corto di emozioni basta salirvi sopra, percorrere un paio di chilometri muniti di scarpe da trekking ammirando un panorama sconfinato e pensare che venne costruita nel 200 a.C. Bisogna immaginarsela così, come un lungo serpentone di pietra che segue i crinali delle montagne e i loro capricci per 15.000 km, in un susseguirsi di sali e scendi che si percorrono mentre l’aria ti taglia la faccia (è pur sempre alta più di mille metri!). Qui sopra si capisce l’essenza del pensiero cinese: quel mix di superbia e convinzione di essere superiori che si incontra spesso viaggiando in Cina.
 

Pechino ha un’anima tutta sua, è la più cinese delle città cinesi. Difficilmente qualcuno accetterà di parlare in inglese ma solo a Pechino si può gustare la meravigliosa cucina uigura, ossia la cucina dei cinesi musulmani, probabilmente quella con i piatti migliori di tutta la Cina, perché solamente a Pechino questo popolo può vivere al di fuori dei confini della propria regione. E scordatevi il kebab che in Cina non esiste. Ma esistono così tanti piatti e così tanti sapori che è impossibile stare a digiuno.

Si potrebbero scrivere centinaia di pagine sulle città cinesi, ma la verità è che spostandosi verso il centro del Paese il paesaggio cambia radicalmente ed ecco che, visitando le regioni centrali vi ritroverete a macinare chilometri per arrivare alla “piccola Venezia”, un tipico villaggio contadino nato intorno ai canali che un tempo portavano l’acqua nelle risaie, dove il silenzio è interrotto solamente da anziani cinesi che si offrono di ospitarvi sulle loro barche e, appena scoperto che siete italiani, vi distruggono i timpani con una versione molto cinese di O sole mio.


Con la forza di volontà e la curiosità vi potrete spingere fino alle montagne gialle, le mitiche Huangshan, picchi di oltre 1800 mt che offrono un unico rifugio e infiniti scalini scolpiti nella pietra (avvertenza: mai guardare di sotto) che hanno ispirato i creatori di Avatar e permettono di vedere una delle albe più suggestive al mondo. E’ un popolo curioso, quello cinese. Davanti alla natura smettono di essere la personificazione del caos e si ammutoliscono. Vi assicuro che è un evento raro!


Insomma, siamo sempre abituati a pensare alla Cina come inquinamento e cemento, ma non è solo così, anzi.


Lasciano senza fiato i boschi e la vastità delle pianure che ho scoperto, guida in mano, prendendo treni e pullman pieni storie e di odori.


Bisogna “lasciarsi andare” in Cina, mettersi realmente alla prova. Perché non è facile avere a che fare con un popolo il cui galateo è totalmente diverso dal nostro: i cinesi sputano per terra e ruttano senza problemi (“non bisogna mai tenere nulla di cattivo nel corpo”), mangiano rumorosamente (“è segno di apprezzamento del cibo”), si accalcano in metropolitana e tanti altri particolari che solo stando un attimo fermi in mezzo ad una piazza si possono notare. 

E così, mi sono liberata da un sacco di pregiudizi: ad esempio ho smesso di chiedermi cosa sto mangiando e ho imparato ad affidarmi solamente al mio palato. Così ho assaggiato i migliori ravioli e le migliori zuppe ad Hangzhou.
Ho fatto il bis di cibo uiguro facendomi sgridare dalla cuoca che non voleva essere fotografata (mi ha spiegato il perché ma non ho capito molto), mi sono fatta insegnare come sbucciare il frutto del drago a Nanchino e ho fatto colazione con il pane ripieno di carne o verdure facendo la fila con una ventina di bambini che attendevano pazientemente il loro “spuntino” prima di entrare a scuola.
Consiglio poi vivamente i baozhi di Shanghai, il rischio di ustionarsi è altissimo ma appena si morde l’involucro la bocca viene inondata di un brodo speziato che è veramente eccezionale.



Insomma. Se c’è una cosa che si impara quando si viaggia per piacere o per lavoro, ma soprattutto per piacere, in Cina è che questo paese è il polo opposto dell’esperienza umana. Le altre civiltà o sono troppo simili a quella europea o sono troppo vicine, per creare un contrasto così totale e così originale come quello che nasce quando si entra nel Regno di mezzo.

La mia avventura cinese si è conclusa dopo due mesi ricchissimi di emozioni, di storie e di volti. Il viaggio “della vita” o uno dei tanti viaggi. Sicuramente il più completo.






Una Piemontese cittadina del mondo. Questa è la definizione principale che do di me stessa. 
Appassionata del buon cibo, dell’arte e dello sport, sono le restanti.
Insomma non sto mai ferma.
Dopo la lettura di quello che è tutt’ora il mio libro preferito, Mondoviaterra di

E. Cattaneo, ho maturato la convinzione che il mondo sia troppo grande per vivere a lungo nello stesso posto, ecco perché sono una viaggiatrice indomita con un amore incondizionato per tutto ciò che è diverso, scomodo, e sopratutto per l’Asia.

0 commenti:

Posta un commento

Il tuo commento alimenta il mio blog :)
Grazie!