martedì 15 dicembre 2015

Pearl Harbor, il racconto dell'ospite del mese

Non è la prima cosa che viene in mente pensando alle Hawaii. Non a me, almeno. Quando ci penso, vedo le palme, le spiagge bianchissime e donne vestite di gonnellini di paglia con collane di fiori. Ma dovrebbe essere almeno la seconda: parlo di Pearl Harbor, il luogo del primo attacco straniero sul suolo americano.

Come consigliato da mio cugino Greg (ebbene sì, ho un lontano cugino che vive ad Honolulu) siamo arrivate al sito al mattino molto presto. Per evitare sia il caldo che la folla. Però ne è valsa decisamente la pena.
Una volta arrivate, ci siamo subito rese conto che il sito è molto grande ma è anche molto ben organizzato (proprio come ci si aspetterebbe dagli americani).




Il primo passo è la visione di un film: inquadra storicamente l’attacco – ovviamente dal punto di vista degli americani – e racconta gli ultimi attimi prima dell’attacco e le sue conseguenze. Eravamo già in coda per il film, quando, poco dopo le otto, l’ora a cui fu sferrato l’attacco, ha iniziato a risuonare (come tutti i giorni) l’inno americano. 
Improvvisamente - come parte di una sceneggiatura non scritta - tutti si sono fermati, e con la mano sul cuore sono restati in religioso silenzio ad ascoltare l’inno. La commozione era tanta e devo ammettere che – nonostante fossi una straniera in visita turistica – mi è stato impossibile non fare la stessa cosa.
Poco dopo è arrivato il nostro turno e siamo entrate nel teatro per vedere il film (no, non era il “Pearl Harbor” con Ben Affleck!).

All’uscita siamo salite direttamente su un battello che ci ha portato alla USS Arizona, la prima nave affondata, o meglio al memoriale che la sovrasta. In seguito al bombardamento morirono più di mille soldati e la maggior parte dei corpi non furono mai rimossi dalla nave che non è stata spostata. All’interno del memoriale ci siamo mosse lentamente, in silenzio, fino ad arrivare ad un’enorme lapide che coincide con la parete in fondo al memoriale su cui sono elencati i nomi di tutti i deceduti all’attacco.




Nella parte centrale del sito, il pavimento si apre e permette la vista della nave affondata, ancora esattamente nello stesso luogo un cui fu affondata. Ma la cosa mi ha colpito maggiormente è stata una piccola struttura, come una scatola di marmo lunga un metro circa,  di fronte alla lapide contenente i resti di due sopravvissuti che alla loro morte, solo qualche anno fa, hanno chiesto di venir seppelliti con gli ex-compagni.
Dopo la visita a questa parte di Perl Harbor, siamo tornate sulla costa. Nell’attesa del passo successivo, la vista della USS Missouri, abbiamo passato qualche minuto al bookshop. C’erano ovviamente calamite, tazze, segnalibri, tutti i gadget immaginabili e, soprattutto, libri; ma qualcosa è riuscito nuovamente a sorprendermi: tra tutti i libri scritti da americani ce n’era anche uno scritto da un giapponese, forse a ricordare che la guerra è guerra per entrambe le parti e che forse alla fine non vince mai veramente nessuno.




La USS Missouri è il luogo in cui fu firmata la resa dei giapponesi. Al tempo la nave era attraccata al porto di Tokio. Oggi, non più operativa, resta un luogo storico che si può vistare. Per non dimenticare.
Anche in questo caso i consigli di Greg si sono dimostrati preziosi: il sito su cui si trova la nave è tutt’ora un sito militare, quindi sono necessari permessi per accedervi; il modo più semplice (forse l’unico?) per entrare è farlo con una visita organizzata da un tour operator autorizzato; nonostante ciò, all’ingresso della zona militare, una paio di soldati sono saliti sul nostro minibus per un controllo. Una volta arrivate, ci siamo messe in fila e dopo aver atteso un poco, l’abbiamo potuta visitare a piccoli gruppi e accompagnate da una guida. Siamo state nel punto esatto su cui si trovava il tavolo su cui era fu firmata la resa. C’era ancora la bandiera americana issata in quel momento che ora si trova – protetta da un cornice – sopra l’ingresso della cabina del comandante. 




Ma quello che mi ha colpta maggiormente è il racconto di un episodio accaduto sulla nave.
Le navi erano oggetto di svariati attacchi kamikaze e uno di questi si risolse con lo schianto dell’aereo su questa nave provocando peraltro un danno minimo alla stessa, visto che le bombe che portava non esplosero. L’aereo si incendiò e il pilota mori. Come in altri casi, i marinai stavano per buttare a mare i resti dell’aereo e del pilota quando il capitano della nave li fermò ricordando loro che quell’uomo combatteva per la propria patria così come loro combattevano per la loro e che  per questa ragione gli doveva esser reso un degno funerale. 
Visto che la tradizione richiede che il funerale in mare avvenga avvolgendo il soldato nella bandiera del proprio Paese, i soldati americani cucirono durante  la notte una bandiera con il sol levante utilizzando un lenzuolo e del nastro segnalatore rosso e al mattino celebrarono il funerale per quel soldato giapponese.

Sono riusciti a farmi commuovere di nuovo, con il grandissimo rispetto che la nostra guida – un volontario della fondazione che gestisce ora la nave – ha dimostrato nel narrare questa piccola storia.

Il resto della visita ci ha portate a visitare gli altri ambienti della nave. Le cucine, gli uffici, e le cuccette – quelle dei marinai praticamente lungo i corridoi e quelle dei graduati in piccole stanzette. 
La visita alla USS Missouri è stato l’ultimo passo della visita al sito.



Lasciando Pearl Harbor alla fine della visita, non ho potuto fare a meno di riflettere sulla grande capacità degli americani di “vendere” i loro luoghi storici. Nonostante siano un Paese con poco più di duecento anni di storia, la vendono con professionalità e con un orgoglio da farci impallidire nonostante i nostri duemila anni di storia. Abbiamo molto da imparare, anche se temo si possano imparare le tecniche sceniche ereditate dall’esperienza cinematografica o quelle organizzative, ma temo che per il senso di appartenenza, l’orgoglio e l’amore per il proprio Paese serva qualcosa di più.
Ubicazione: Honolulu, Hawaii, Stati Uniti

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