venerdì 30 gennaio 2015

Dormire a...Assisi

L'Umbria è sempre stata una regione che ho visitato con grande piacere e dove torno sempre volentieri.



A Novembre, per il mio compleanno ho avuto il piacere di essere ospitata, grazie a Frantoi Aperti presso Villa Rosy, vicino ad Assisi. Il tempo è stato splendido e l'accoglienza calorosa, mi sono sentita veramente a casa.






Ho alloggiato nella Suite Assisi, dove ho trovato tantissime cose buone da mangiare: sembrava sapessero benissimo i miei gusti...




Penso sia il posto ideale per trascorrere un romantico fine settimana.
In questo periodo, con un po' di fortuna, si può trovare la neve e cosa c'è di più bello che rientrare, dopo una giornata in giro tra Assisi e Spello, e scaldarsi al tepore del camino, magari facendosi due coccole?




Se però non siete in coppia, ma siete una famiglia più o meno numerosa o un gruppo di amici potete affittare anche tutta la struttura che ha fino a 13 posti letto; dormirete al centro di un oliveto di nove ettari, e, scegliendo la soluzione Bed & Breakfast, potrete gustare tante prelibatezze preparate dalla padrona di casa. Per me si è cimentata in dolci senza glutine e senza lattosio, quindi ha una particolare attenzione anche a chi, per necessità o per scelta, mangia in modo alternativo.




Io spero di tornarci in estate, così potrò godermi anche la piscina!!!






Villa Rosy
Via di Mezzo, 11 - Assisi (PG)


mercoledì 28 gennaio 2015

Le Cascate Epupa e l'Himbaland

Oggi la sveglia è puntata per le sette ma la mia inquietudine dovuta alla giornata senza programma dopo le disavventure di ieri, mi sveglia ben prima. Inizio a pensare al da farsi e decido di anticipare la colazione prenotata per le otto e cercare di recuperare la giornata. 
Siamo venuti sino a qui, al nord della Namibia per vedere le Cascate Epupa ma abbiamo letto che la strada è parecchio dissestata e siamo convinti che il nostro veicolo, una VW Polo, non ce la possa fare. Ho provato a cercare già da casa escursioni collettive in giornata ma senza successo, ecco perchè ieri ci tenevo particolarmente ad arrivare qui presto, volevo provare a cercarle ad Opuwo questo paesino polveroso e disordinato, capitale dell'Himbaland.

Alla reception troviamo finalmente Ndimilike, la ragazza con cui sono in contatto da mesi per la prenotazione e chiediamo a lei se ci sa aiutare a raggiungere le cascate; ci dice che ha un amico che fa la guida e che ci può portare alle cascate e a visitare un villaggio Himba, lo chiama subito e fissiamo appuntamento per le nove. Così improvvisamente la giornata acquista un senso e mi sento molto più tranquilla. 

Facciamo una semplice colazione dolce e salata alla ABBA Guesthouse e andiamo a preparare il nostro zaino per la giornata. Nel frattempo il cortile della guesthouse inizia a popolarsi di bambini. All'interno della proprietà sorge infatti una scuola primaria ed una materna, scuole che la guesthouse stessa sostiene economicamente con una parte degli introiti. Abbiamo portato con noi penne e blocchi e decidiamo di donare ciò che ci è rimasto agli insegnanti delle scuole che ci ringraziano molto sentitamente. I bambini sono molto carini, tutti nelle loro divise scolastiche e parlando tutti inglese ci fermiamo con loro a chiacchierare.

Alle nove arriva John tutto di corsa perchè è stato svegliato poco prima da Ndimilike e ci spiega che andremo alle cascate con la nostra auto e che lui ci guiderà sulla strada giusta che è un po' accidentata ma che basta andare piano e non ci saranno problemi. Inoltre essendo lui nipote di un capo villaggio Himba potremo visitare un villaggio che è sulla strada per le Epupa. Parliamo del suo compenso, davvero modesto e decidiamo di accettare la proposta anche se non è esattamente la tipologia di escursione cui avevamo pensato.

Prima di partire però dobbiamo passare al supermercato perchè per fare visita ad un villaggio Himba è prassi presentarsi con alcuni doni: si tratta di generi alimentari, accuratamente scelti da John: farina di mais, zucchero, caffè di cicuta e minestrine Knorr per i bambini.

Finalmente imbocchiamo la strada sterrata che conduce alle Cascate Epupa: si tratta di uno sterrato apparentemente non molto diverso da quelli già percorsi, non peggiore di quello che da Sesriem ci ha condotti a Sossusvlei. John ci racconta un po' la sua storia di figlio di padre Himba e madre Herrero (le due principali etnie di questa zona della Namibia) e i differenti stili di vita. Per un po' di anni ha vissuto in un villaggio Himba e ha lavorato sin da quando aveva sei anni come pastore di un enorme gregge di capre, poi ad una certa età la madre ha voluto che andasse a vivere con lei in città e per questo ha potuto frequentare le scuole ed il college dove ha scelto di studiare per diventare guida turistica. 

Proseguendo sullo sterrato ci avviciniamo al villaggio Himba, il capo villaggio è un buon amico del nonno di John. Ci spiega che lui andrà a parlare con il capo villaggio e se questo accetterà i nostri doni saremo autorizzati a visitarlo.

Il villaggio Himba è costituito da diverse abitazioni fatte principalmente di fango, sterco di capra e sterpaglie distribuite a cerchio attorno al recinto in cui di notte vengono ricoverate le bestie, soprattutto capre. Tra la capanna del capo villaggio e il recinto centrale è situato il fuoco sacro attorno al quale si fanno i rituali. Il bestiame è la fonte di vita dell'intero villaggio e per questo viene posto al centro al sicuro dai predatori.


Durante il giorno è difficile trovare uomini al villaggi, sono tutti alle prese con il bestiame. Incontriamo però diverse donne intente a costruire monili, a cucinare o a rifarsi l'acconciatura. I capelli delle donne Himba infatti vengono raccolti il treccine ed ognuna di queste viene cosparsa di un unguento a base di burro, polvere di ocra ed erbe. Lo stesso unguento che dona al loro corpo quel particolare color rossastro viene usato sulla pelle per proteggersi dal sole e dagli insetti.


Le donne ci invitano a mettere il naso nelle loro capanne ma la cosa ci imbarazza e decidiamo di tagliare corto la visita e di proseguire verso le cascate, il vero obiettivo della giornata. 

[Inizio Riflessione]
Non so mai come comportarmi in questi casi... Gli Himba sono tra i pochi gruppi etnici ad ignorare la modernizzazione ed i beni derivanti dal benessere. Vivono in modo indipendente e chiedono di ricevere beni di consumo per mostrare la vita nei loro villaggi. Quello che ci mostrano è davvero autentico? Il cellulare del capo villaggio attaccato al gonnellino è l'unico cedimento della comunità ad adeguarsi allo stile di vita moderno? E' etico visitare questi villaggi in cambio di una ventina di Euro di spesa? Domande purtroppo senza risposta...
[Fine Riflessione] 

Riprendiamo con il nostro ritmo lento la strada sterrata, ogni tanto John urla ad Alex di frenare perchè intravede una buca, capiamo che John non è proprio una guida turistica a tempo pieno... ci parla di un progetto che svolge però nel tempo libero, di supporto ai bambini orfani o figli di alcolizzati. Dedica loro le sue giornate libere e insegna come tenere in ordine le proprie case, come cucinare dei pasti caldi e nutrienti, come curare la propria igiene personale ed organizza squadre di calcio ed altri sport per intrattenerli quando non vanno a scuola. Anche se non è la guida più preparata del mondo siamo molto felici di averlo ingaggiato e poter contribuire a questo progetto.

Avvistiamo finalmente i cartelli del campeggio delle Epupa Falls e John ci indica dove parcheggiare. Ci avviciniamo lentamente al letto del fiume un po' impauriti che le nostre aspettative vengano deluse ed invece lentamente ci si apre un panorama molto molto particolare. Le cascate non sono molto apprezzabili da qui ma è incredibile la spaccatura nel terreno crea la grande portata di acqua. L'altra sponda del fiume è molto vicina, di là c'è l'Angola, uno degli stati dell'Africa più tristemente famoso per la guerra civile che per anni ha messo a dura prova la popolazione, in parte rifugiatasi in Namibia.



Ci inerpichiamo per un sentiero che conduce ad una altura dove apprezzare meglio le cascate Epupa. Il panorama secco ed arido è interrotto dalla rigogliosa vegetazione che cresce intorno al fiume per soli pochi metri, sembra che la divisione sia tracciata a pennarello!


Qui il clima è molto caldo e secco ed il breve trekking ci ha messo alla prova, ci godiamo quindi una bibita fresca nel bellissimo bar costruito su una palafitta proprio sulle cascate e facciamo un lento rientro ad Opuwo molto soddisfatti per l'escursione improvvisata questa mattina.


Leggi anche le altre tappe di "#innamibiacolleone":

lunedì 26 gennaio 2015

Coste e spiagge a Mauritius

"Andiamo?...." questo è quanto Paola "chiede", anzi più che una richiesta è un imperativo, dopo circa un'ora di sosta su una spiaggia a Mauritius. 
Sì, perché non si può perdere tempo in quanto le belle spiagge all'Ile Maurice non mancano e se si vuole provarle tutte non bisogna distendersi e "dormire". Non bisogna neppure distendersi troppo a lungo perché in questa stagione, con i suoi 30 gradi, c'è il rischio di arrostire. 

Noi abbiamo iniziato a percorrere l'isola dalla costa occidentale e precisamente da Albion, dove abbiamo trovato una bella spiaggia di sabbia bianca e fine con possibilità di ripararsi dal sole ardente in un grande parco di pinus pinea, al cui interno, disseminati qua e là ci sono dei gazebo con tavoli e panche per chi vuole consumare un pic-nic o per gli abitanti del luogo che vogliono rilassarsi giocando a domino.




È sulla costa occidentale che si può ammirare uno dei classici paesaggi da cartolina: la spiaggia di Flic en Flac, da dove si può godere uno dei tramonti più suggestivi di tutta la fascia costiera di Mauritius. Sempre a ovest dell'isola , meritano sicuramente una visita le spiagge che si estendono da Tamarin Bay a Le Morne
L'area di Le Morne Brabant è nota a livello mondiale per le sue tre miglia di spiaggia immacolata e per uno degli spot più belli circa gli sports acquatici. E' possibile distendersi su queste spiagge anch'esse di sabbia finissima e bianca con l'erba fin quasi a bordo dell'acqua, e godersi l'ombra sotto grandi piante che aiutano anche a ripararsi dal sole cocente. 
A noi, pur spalmandoci tubetti di crema e non esponendoci più di tanto al sole, è bastato un bagno proprio qui per "abbrustolirci" ben bene. 
Sulle coste di Tamarin Bay verso l'Ile aux Benitiers è possibile avvistare i delfini che raggiungono questi fondali per riposarsi e nutrirsi.



Nella parte sud est dell'isola Mauritius, a parer mio e senza alcun dubbio, la più bella spiaggia tra quelle su cui ci siamo soffermati è la spiaggia dell'ile des deux Cocos . L'isola, una tra le tante che circondano Mauritius, è privata, dunque anche la spiaggia, dotata di ogni confort, attrezzata di lettini, di sdraio e di amache e con sabbia finissima, curata e ripulita dai pezzi di corallo [che le mareggiate infrangendosi sulla barriera corallina rompono e trasportano a riva] che tanto fanno male ai piedi nudi nel momento di pestarli entrando in acqua. 
L'acqua qui è limpidissima e lambisce la spiaggia lasciando intravedere i molti pesciolini di colori diversi che si avventurano ignari dei bagnanti fino a riva. Anche questa spiaggia ha, al suo interno, grandi e ombreggianti piante che formano l'intera vegetazione.


A sud dell'isola Mauritius, il paesaggio è completamente diverso dal resto dell'isola: scogliere a picco e acque impetuose. Abbiamo trovato, tuttavia, anche qui delle bellissime spiagge ma in prossimità dei numerosi resorts e hotels di classe superiore.
Risalendo la costa orientale, si incontrano di nuovo belle spiagge, tutte protette come quelle occidentali dalla barriera corallina. Ampie strisce di sabbia immacolata che vanno da Belle Mare a Trou d'eau Douce, un susseguirsi di insenature mozzafiato e lagune color smeraldo, battute sempre da una piacevole brezza marina, luoghi ideali per praticare il windsurf.


La costa settentrionale è caratterizzata dagli incantevoli paesaggi e dalle rinomate spiagge, forse le più popolate dell'isola: Trou aux Biches, Grand Baie e Pereybere.
Ci siamo spostati parecchio e abbiamo completato il percorso costiero di Mauritius; il tempo è appena stato sufficiente perché abbiamo dovuto dividerlo con le visite verso la parte interna dell'isola, ma siamo più che soddisfatti in quanto abbiamo scoperto altri siti molto interessanti di cui vi racconteremo...

sabato 24 gennaio 2015

Frida a Genova

''La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d'amore.''


Quante notti Frida e Diego avranno passato bruciando d'amore, un amore tormentato, soprattutto per lei, che ha segnato tutta la sua vita, con un uomo così diverso, quasi opposto eppure simile...

Mi sono chiesta spesso, durante la precedente mostra tenutasi a Roma, cosa lei avesse trovato in quest'uomo, cosa l'avesse spinta a stargli a fianco per una vita intera, nonostante i ripetuti tradimenti (uno dei quali anche con la sorella), cosa potesse avere quest'uomo di tanto speciale... e per provare a capire sono andata a Genova, per vedere, a Palazzo Ducale, la mostra ''Frida Kahlo e Diego Rivera'' .





Già dalla foto del loro matrimonio, si nota un contrasto fisico molto forte, come fu definito anche dalla madre della pittrice in occasione delle loro nozze: ''L'unione di un elefante con una colomba'' e questo contrasto si rispecchia molto, anche nei loro dipinti.




credits https://www.facebook.com/FridaKahloGenova

Le opere di Frida, sono piccole, molto intime, rappresentano quello che in lei suscita la realtà circostante; Diego, invece, dipinge su grandi spazi rappresentando la realtà quasi come la si vede.

Nella sala dove sono a confronto i ritratti fatti da entrambi gli artisti a Natasha Gelman, è evidentissimo il contrasto tra l'opera di Frida: piccola, con quasi solo il volto ad evidenziare l'espressione, seria, quasi austera della donna, come se la pittrice volesse mostrarci i suoi intimi pensieri.
Il quadro di Diego ritrae la modella a figura intera, su un divano, in una posa molto sensuale, quasi ammiccante, circondata da bellissime calle, fiore ricorrente per il pittore, simbolo del Messico.


credits http://www.fridakahlo.org/

credits http://www.diegorivera.org/
Ad unirli era sicuramente il forte spirito patriottico, l'impegno socio-politico e l'esprimersi attraverso la pittura; a dividerli i diversi stili pittorici e il modo di rappresentare la realtà che li circondava. Eppure, guardando alcune foto nella mostra, scattate durante momenti di intimità della coppia, o i video che mostrano attimi di vita quotidiana il volto di lei, mentre guarda Diego, sembra essere illuminato da una passione viscerale, inconscia che va oltre l'apparenza, oltre le consuetudini sociali. Forse lui, la faceva sentire libera, come se le malformazioni conseguenza del suo grave incidente, non esistessero più, oppure era lei, con la sua grande forza, la sua identità, a far si che lui non si potesse mai allontanare da lei.

Ad un anno dalla morte Diego le dedicò un piccolo foglio commemorativo in cui la ritrae come all'interno di un cuore da cui zampilla sangue e la chiama in modo molto affettuoso ''la niña de mis ojos'' (bambina dei miei occhi) a significare quanto, nonostante si fosse risposato, lo avesse colpito profondamente la sua perdita.


credits https://www.facebook.com/FridaKahloGenova
Guardando Frida ho capito che forse non c'è spiegazione a questo amore, come non dovrebbe esserci per nessun amore, l'amore si vive sulla pelle, lasciando fuori i pensieri...




giovedì 22 gennaio 2015

Jordan Mood

Il tam tam tra i cuori-blogger [ossia i blogger che con #VolagratisJN e #ShareJourJordan hanno esplorato la Giordania lo scorso settembre] è pressante: Re Abd Allah II e la Regina Rania erano a Parigi per il corteo contro il terrorismo in seguito all'attentato di Charlie Hebdo di alcuni giorni fa.
Siamo tutti molto legati alla Giordania, è stata un'esperienza bellissima che ha visto nascere la nostra amicizia e ci ha profondamente conquistati.



Ecco che le sensazioni e le emozioni che ho provato durante quella settimana in cui ho scoperto città, mari, deserti e soprattutto le persone, la cultura e il modo di vivere riaffiorano nella mia mente.
Riaffiora soprattutto la tranquillità e la serenità con cui i giordani affrontano la vita di tutti i giorni.
La nostra guida, Sufian, ci ha realmente fatti entrare nella cultura e nelle abitudini del suo popolo, in punta dei piedi, senza disturbare, ma parlandoci in modo schietto e diretto.



Sarà un momento di "Jordan mood" come ho scritto la scorsa settimana commentando un post di Manuela, ma tutti quanti siamo andati a rivedere le fotografie di quei giorni grazie a Sara che le ha condivise e a rileggerci i post che abbiamo pubblicato sui nostri blog.
E tutti siamo orgogliosi della possibilità che abbiamo avuto di conoscere questo popolo che, pur essendo principalmente islamico, tollera le altre religioni e pur essendo legato agli usi e alle tradizioni si apre in modo positivo alle relazioni con altre culture e non condanna il pensiero altrui.
La fotografia di Re Abd Allah II e della regina Rania in prima fila al corteo di Parigi ne è un chiaro esempio.


credits LaStampa.it

La Giordania non è uno dei paesi più ricchi del Medio Oriente, ma l'impressione che ho avuto è quella di un paese dignitoso, semplice, accogliente e sicuro.
Non mi stancherò mai di dire quanto mi sia sentita a mio agio durante quei giorni, nel suq di Amman come nel deserto del Wadi Rum, tra le rovine di Gerasa o passeggiando a Maqaba.




Sono dell'opinione che le culture e le tradizioni vadano rispettate e se mi reco in un paese diverso dal mio mi informo su come ci si veste e come ci si comporta e agisco di conseguenza. Questo è l'unico diktat che do a me stessa viaggiando. Per il resto mi lascio travolgere dalle sensazioni e dalle emozioni e in Giordania ne ho davvero "fatto il pieno".


Se sei un blogger/videomaker/fotografo e vuoi scoprire la Giordania, l'Ente del Turismo Giordano te ne dà l'opportunità. 
Compila il modulo che trovi su questa pagina e parti per la Terra del Latte e del Miele.

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martedì 20 gennaio 2015

L'Ile des Deux Cocos da non perdere a Mauritius

Quando parli con qualcuno che è già stato a Mauritius una delle prime cose che ti senti chiedere è : sei andata a l'Ile des Cerfs?
Quella sembra essere l'isola più conosciuta e frequentata dai turisti; un'isoletta al largo dell'isola più grande, quella di Mauritius appunto, sulla costa est, circa a metà.
Il fatto è che proprio perché tutti la conoscono e tutti quelli che hanno fatto una vacanza da quelle parti ci sono andati, è letteralmente presa d'assalto dai turisti. Le belle spiagge bianche sono contornate da ristorantini e chioschetti, ci sono quasi più attività tra cui scegliere lì che nel parco dei divertimenti di Gardaland...
A parte gli scherzi, io non sono una che ama la folla, le spiagge con mille mila persone e le attività estreme a tutti i costi.
Proprio per questo ho optato per un'alternativa decisamente più rilassante e appagante, accettando l'invito di Lux Resort a trascorrere una giornata all'Ile des Deux Cocos.

Questa piccola isola che si trova a sud est di Mauritius, poco lontano dalla cittadina di Mahebourg e dalla spiaggia di Blue Bay, è un'isola privata. E' gestita da Lux Resort ed è però aperta a tutti coloro che intendano trascorrere una giornata rilassante, facendosi coccolare e godendosi il mare cristallino.




Si parte da un piccolo pontile da cui fa spola una barca a motore che in meno di 10 minuti ti trasborda da una riva all'altra. All'arrivo, dopo il cocktail di benvenuto ed una salvietta umida per rinfrescarti, il personale fornisce informazioni sull'isola e sullo svolgimento delle attività che sono tutte incluse nel pacchetto della giornata : pranzo, bibite e assaggi di rum, escursione su una barca con il fondo in vetro per ammirare la barriera corallina, escursione nella riserva naturale per fare snorkeling.



I lettini e le amache sono a disposizione di tutti, così come i tavolini e i divani che si trovano nelle confortevoli e ombrose tende.
I ragazzi dello staff fanno il giro tra i lettini offrendo da bere e io ne approfitto per sdraiarmi sul mio e guardarmi intorno. Il mare è trasparente e anche da una certa distanza si possono vedere i piccoli pesci nuotare nell'acqua. Attirata da questo spettacolo prendo al volo una maschera ed un boccaglio [che con le pinne sono gratuitamente messi a disposizione dall'organizzazione] e mi tuffo a scoprire il mondo sottomarino con la mia piccola macchina fotografica / videocamera subacquea.
Finalmente riesco a non utilizzare il tubo del boccaglio come cannuccia e quindi a non bermi l'acqua salata...e mi diverto ad esplorare il fondale che accanto alla spiaggia non è affatto profondo.

C'è chi si rilassa così, chi parte a fare snorkeling e chi si va a godere lo spettacolo della riserva naturale dalla barca. Il fondo trasparente permette di scoprire coralli di ogni forma e dimensione e di avvicinare pesci colorati di ogni tipo.




Presto è ora di pranzo, e il buffet apparecchiato sotto uno dei gazebo è davvero invitante. La zona barbecue è presa d'assalto, gamberoni e seppie nella parte del pesce e deliziosi hamburger in quella di carne sfamano tutti quanti. 





C'è anche un reparto pasta, ma come ben sapete a me non piace mangiare italiano all'estero, pertanto non vengo attratta in quella zona. Ciò che attira l'attenzione invece è il buffet di dolci: difficile sceglierne uno!




Per terminare il pranzo nel modo migliore, non c'è nulla di meglio di un buon espresso e poi di un bicchierino di rum aromatizzato; ce n'è per tutti i gusti: alla macedonia con peperoncino, all'ananas, al litchi, al caffè e arancia [il mio preferito], allo zenzero...




Quest'isola è davvero piccina; si chiama Deux Cocos perché anticamente le isole erano due e su ognuna di esse cresceva una palma da cocco. L'altra isola è stata coperta dalle acque del mare, e solo questa, col suo cocco, è rimasta a memoria.
E' piacevole passeggiare tutto intorno, lungo il sentiero che la costeggia; si ritrovano anche specie di piante particolari, come una bellissima con i fiori bianchi che scopriamo essere carnivora...




Sull'isola c'è anche una deliziosa villa con piscina, patio interno e fantastico terrazzo sopraelevato che fu fatta costruire qui dal governatore britannico Sir Heshket Bell negli anni intorno al 1920. Questa villa, che dispone di due camere da letto e di una sala da pranzo, viene attualmente affittata per eventi privati o per coppie o famiglie che desiderino trascorrere qui una sera ed una notte molto romantica.



L'atmosfera che si respira sull'isola è decisamente rilassante, grazie anche alla solerzia di chi ci lavora e chi si occupa delle strutture. Una chicca, per chi fa attenzione a certe cose: le toilettes sono pulitissime e molto originali nel loro arredamento, ma la cosa che colpisce di più sono i prodotti da bagno che sono offerti agli ospiti: il sapone in crema allo zenzero è davvero favoloso, tanto è vero che ne ho acquistato un flacone da portare a casa come ricordo!

Una giornata sull'Ile des Deux Cocos costa all'incirca 70-75€ e comprende il trasporto, l'utilizzo delle attrezzature, tutte le bevande e un pranzo a buffet. Si può prenotare tramite le agenzie turistiche o gli hotel di Mauritius che spesso la propongono come escursione ai propri ospiti oppure tramite il sito.  
Le uniche cose da portare con sè sono un telo mare, costumi e la voglia di godersi questa meraviglia!



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giovedì 15 gennaio 2015

Con l'Ospite del Mese in Nuova Zelanda: un Viaggio alla ricerca della Terra di Mezzo

Parafrasando Bilbo Baggins, l’Hobbit creato dalla fantasia di JRR Tolkien, questo è davvero “un viaggio a lungo atteso”. Non vediamo l’ora di lasciarci stupire da una terra ancora in gran parte incontaminata e bellissima e di portarci al centro di quei luoghi che il visionario Peter Jackson ha scelto come sfondo della sua trilogia.

E’ giusto precisare subito riguardo ai tour “a tema” che abbiamo seguito, che non si tratta MAI di esperienze “commerciali” o dozzinali. I gruppi di turisti sono sempre piccoli, le guide persone semplici e genuine, e l’esperienza è quella di un viaggio quasi esclusivo, riservato a un piccolo manipolo di amici.

Partiamo a bordo di un fuoristrada assieme a due guide e due viaggiatori, impieghiamo un paio d’ore per raggiungere la nostra meta. L'autista ci fornisce spiegazioni ben al di là di banalità sul film, parlandoci della tragedia del terremoto e della reazione dei cittadini. Ascoltiamo rapiti, intanto siamo fuori città e l’argomento passa alle strutture di irrigazione e all’allevamento. Giusto per non andare fuori tema, da un visore ci vengono mostrati alcuni “dietro le quinte” del Signore degli Anelli, in particolare la realizzazione della città Edoras, capitale di Rohan.
Cominciamo in effetti a sentirci immersi nel clima di quel fantastico reame: il panorama é cambiato, da ampie pianure a vista d’occhio eccoci alle propaggini orientali delle stupende Southern Alps, la terra si fa più brulla, l’erba più scura e stepposa, ed i primi pendii sono dolci sagome marrone chiaro che si frappongono tra noi e i massicci picchi innevati più oltre. Una sosta lungo le sponde del Lake Clearwater é d’obbligo, e dopo un lungo tratto accidentato, arriviamo in vista della nostra meta. 





L’alta e frastagliata collina, i cui fianchi sono rocce lavorate dalla forza degli elementi, é Mt Sunday, dove per oltre 8 mesi la troupe del film ha realizzato il set di Edoras. Ovviamente il set  é stato rimosso ma il tutto ci rimanda alle descrizioni di Tolkien, la collina al centro di un ampia valle a cui fanno da sfondo gli immaginari “Monti Bianchi” di Gondor.
Rimaniamo senza parole anche quando ci arrampichiamo sulla sommità di Mt Sunday per alcune foto, la vallata é ampia e suggestiva, e la guida ci mostra i punti esatti dove si sono svolte alcune scene del film. Il vento é fortissimo, si fatica a stare in piedi in alcuni tratti! In fondo, in una stretta gola il nostro sguardo riconosce la sagoma inconfondibile del “fosso di Helm” visto in importanti scene de “Le Due Torri”.

Attraversare Selwin, Ashburton, Mackenzie, Waitaki e Central Otago é una continua sorpresa! Il paesaggio si mantiene simile nelle pianure del Canterbury e per parte del distretto di Ashburton, ma una volta nei pressi del paese di Geraldine, ecco morbide colline e strade tortuose, prati brucati da pecore e scintillanti nel loro verde acceso. Il Mackenzie District ci dona alcune delle più belle viste sul distante Mount Cook nello stesso momento in cui il panorama si fa brullo, aspro e stepposo lungo la SH8, si sale ancora un po’, e poi, dopo una curva, la Nuova Zelanda ci colpisce ancora forte con la sua bellezza: la strada scollina e sulla destra compare dal nulla un’immensa distesa turchese: é il lago Tekapo, il cui colore strabiliante é dato dalla sua origine glaciale, e brilla di questa colorazione unica nonostante il cielo non sia terso: questo piccolo mare di cristallo si appoggia a delle montagne il cui fianco scende con dolcezza fino all’acqua, bianche a metà e solcate dai suggestivi segni lasciati dai ghiacciai. Le nuvole tra le loro cime formano una massa vaporosa.


Cinque ore dopo siamo a Queenstown. Questa città, adagiata sulle acque del lago Wakatipu, gode della presenza scenica di monti chiamati “The Remarkables”. E’ un centro urbano dinamico, vivace e sportivo, contenuto sia in dimensioni che nell’altezza dei suoi edifici, con uno stile moderno e non ben definito nel centro e tracce del classico stile coloniale nelle residenze collinari ai suoi margini.
La presenza dei turisti qui é un po’ ingombrante, vi sono moltissime agenzie che organizzano tour guidati ed é forte l’attrattiva per gli sport estremi e le escursioni, tuttavia ci si riesce ancora a godere una passeggiata e, consigliati da alcune guide, compriamo un biglietto per la funivia “Skyline Gondola”, la quale sale molto ripidamente per un’altezza di circa 600m.
La piattaforma di osservazione consente una visione mozzafiato della vallata, di tutta Queenstown, del lago e dei Remarkables, in un unico colpo d’occhio. Le nuvole sopra di noi sono aperte e disegnano suggestivi giochi di luce. 


L’impostazione turistica e viva di Queenstown ci dà l’occasione di poter scegliere tra numerosi ristoranti, e di passare una bella serata.
La mattina seguente saliamo su un altro pick-up e facciamo la conoscenza della simpatica guida neozelandese. Sono gli unici chilometri in direzione sud rispetto a Quenstown che percorreremo durante la nostra vacanza, ma ne assaporiamo ogni momento, la strada si fa tortuosa e costeggiamo il Wanaka e le irregolari vette tra le quali é incastonato. Parliamo con la guida di Queenstown, della geografia del luogo, delle origini glaciali di questi paesaggi e, perché no, di quanto ha inciso per la popolazione locale la realizzazione dei tre film.
Facciamo tappa al “Three Miles Delta”, tra colline, cespugli e le serpeggianti acque che si gettano nel lago riconosciamo lo sfondo della memorabile battaglia nell’Ithillien, tra Haradrim e soldati di Gondor, ed ecco esattamente gli alberi da dove sbucano gli olifanti e il loro percorso prima dell’imboscata! Piú in lontananza il colle dove Sam e Frodo osservano la scena e il bivacco dei due hobbit nella celebre “erbe aromatiche e coniglio al ragù”.
Ripresa la strada verso Glenorchy, sostiamo sul ciglio di un dislivello ove rivolgiamo gli occhi ad una interessante zona quasi palustre, in cui le acque sono punteggiate di piccole isole di terra ed erba in lunghi ciuffi molli. Pur se solamente parte del background finale, realizzato con un ”collage” digitale, si tratta delle “Paludi Morte” attraversate da Sam, Frodo e Gollum nel loro percorso verso Mordor.
Glenorchy é un paesino rurale di poche anime, silenzioso e pacifico. La Jeep passa attraverso le sue strade, costeggiando allevamenti e fattorie, alla “più piccola biblioteca del mondo” e al suggestivo molo ove ad un piccolo magazzino approdavano le barche con i rifornimenti, in un epoca in cui Glenorchy era difficile da raggiungere e la cui intera esistenza dipendeva dalla corsa all’oro, nella seconda metà del 1800.
Entriamo nell’area chiamata Paradise , facciamo una pausa per uno spuntino accanto ad un ruscello che corre parallelo ad una rigogliosa foresta di Faggi.
Il nostro autista spinge il mezzo attraverso sentieri di ghiaia, mentre ai nosti lati scorre lo stesso paesaggio: corta erba verde e migliaia di ovini. Siamo nella zona delle fattorie, dove, a caccia di location per il film, Peter Jackson mise gli occhi sulla zona di Paradise e in particolare sulla fattoria di un certo Alexander.


In queste terre scene di Isengard hanno preso vita. Oggi decine di troupe cinematografiche e pubblicitarie pagano fior di dollari per girare nella fattoria.
Il luogo é affascinante per la presenza di quest’ampia vallata circondata dalle montagne dalla forma caratteristica in cui l’erba cresce con un intenso verde. Con le opportune modifiche al computer questa é divenuta Isengard, con la torre al centro e il vasto verde che la circonda. Ripercorriamo i nostri passi sino ad immergerci in foresta di faggi, alberi spettacolari dalle miriade di foglie finissime. Il terreno umido e i tronchi caduti che costituiscono parte del sottobosco sono ricchi di uno strato di muschio smeraldo, molto più rigoglioso e soffice di quello a cui siamo abituati. Il contesto é inconfondibile: le foreste di Paradise sono lo sfondo della magica Lothlorien, il regno incontaminato degli ultimi Elfi guidati dalla bella dama Galadriel.

La regione del Central Otago ha una stagione vinicola breve ma molto rinomata, specialmente per vini quali Pinot Noir, Chardonnay, Pinot Gris, Sauvignon Blanc e Riesling.
Nel pomeriggio puntiamo ad un’azienda in particolare, la Chad Farm, non solo per la sua qualità ma per un particolare della strada che vi conduce.
Svoltato a destra ed impegnato un tratto di strada ghiaioso e non asfaltato, si sale bruscamente costeggiando quello che appare come un profondo canyon sul fondo del quale scorre un fiume.
Il tratto d’acqua sotto di noi, stretto nella morsa della pietra, ha dato vita a quel breve pezzo del fiume Anduin ove La Compagnia dell’Anello osserva i colossali Argonath, i due re di pietra che fanno la guardia al confine di Gondor.
Le acque del solito sconvolgente colore turchese scorrono rapide tra gli argini frastagliati, ricoperti da chiazze di vegetazione aggrappate alla roccia. Che si sia fanatici (e noi lo siamo!) del film o meno, é difficile staccare gli occhi da questi scorci. 

Lasciamo Queenstown e le sponde del lago Wakatipu per poi sfuggire definitivamente all’abbraccio dei Remarkables ed entrare nel Southland in una piacevole guida di circa due ore, in un paesaggio prevalentemente costituito da distese pianeggianti e campi.
Onnipresenti le chiazze punteggiate di giallo delle ginestre, che un po’ ovunque si trovano lungo i pendii più dolci, ai lati della strada.
Da Te Anau parte la Milford Road, una strada panoramica molto apprezzata dai viaggiatori che si inerpica tra alti picchi sino a raggiungere il fiordo di Milford Sound. Nel primo tratto, goduta la vista del Te Anau, ci si avvicina alle vette, costeggiando l’alveo dell’Eglinton River, sinuoso sullo scenario di rilievi ricoperti da fitte foreste. Più tardi in queste foreste ci si tuffa, la luce del sole filtra solo dalle alte cime di antichi alberi, il sottobosco é ricco di radici, sassi, muschio, la sua vista non viene mai a noia. Il fiume e la valle, con la caratteristica forma data dalla loro origine glaciale, sono ancora lì, ma questa volta le vette innevate sono più vicine ed incombenti, anche se é solo dopo aver sorpassato i calmi laghi Gunn e Fergus che é possibile spalancare la bocca e rendersi conto che nessuna guida o foto ti può preparare allo spettacolo offerto. Le pareti di roccia sono vicinissime a noi, in certi punti ci sentiamo come sul fondo di un baratro. Muri, letteralmente, di grigia pietra quasi verticali, dalla quale esplodono vivaci cascate a strapiombo, semiavvolti da cuscini di nuvole che donano al paesaggio un che di onirico! Attraversiamo un buio tunnel ad una corsia e poi ci fermiamo ad ammirare il tratto finale della Milford Road che, finalmente, scende serpeggiando in una stretta, verdissima valle sino alla sua destinazione, e che da questo punto più alto é ben visibile, e pare un minuscolo sentiero, ridicolmente piccolo di fronte ai mostruosi giganti di roccia che lo dominano. 


La vegetazione è drammaticamente cambiata, qua pioviggina e l’ambiente umidissimo ha dato vita ad una foresta pluviale. Non percorrete la Milford Road in fretta, prendetevi il tempo che vi serve! Troverete lungo di essa chiare indicazioni dell’efficiente “Department of Conservation”, sia di aree per campeggio che riguardanti meravigliose tappe assolutamente da godere, come una sosta sul Lake Gunn e le suggestive cascate “The Chasm”.
 
La mattina successiva ripartiamo in direzione della costa Ovest.
Costeggiamo il Mount Aspiring National Park diretti verso Nord, restiamo immersi per intere ore nelle rigogliose foreste che si aprono a tratti su verdi. L’ambiente é umidissimo, piove e tutti i tronchi sono ricoperti da strati di muschio. La strada si adatta alla geografia irregolare del territorio, ed é parecchio e sulle sue curve non si incontrano molti altri veicoli. 


Durante un’ampia parte di questo viaggio restiamo sempre in vista del fiume Haast, sino a che raggiungiamo il suo estuario e finalmente il cielo nuvoloso si apre, e ci  lascia intravedere il Mar di Tasman


Fox Glacier é uno sparuto gruppo di edifici, perlopiù bar o basi di partenza per escursioni guidate. Scendiamo nuovamente in paese e ci prepariamo alla nostra escursione.
Partiamo alla volta del ghiacciaio: il furgone parcheggia alla base di una spianata tra due pareti rocciose, una di esse praticamente verticale: scopriamo che questo vertiginoso scenario é stato scavato dal ghiacciaio e che qui, decine di migliaia di anni fa, c’erano metri e metri di ghiaccio.
Il sentiero é da affrontare con cautela, la guida ci mette in guardia da possibili frane.
Mentre il percorso sterrato prosegue a sinistra, salendo, noi ci separiamo da esso e scendiamo verso il centro della valle, che si fa sempre più stretta. Ad un certo punto, eccolo! La scura pietra sgretolata si interrompe e laddove le due pareti quasi si congiungono, un colosso azzurro e bianco si erge nel mezzo: E’ il termine del Fox Glacier, un ghiacciaio antichissimo che qui ha il suo confine attuale. Lo spettacolo é strepitoso: il ghiaccio disegna forme geometriche aguzze, la sua colorazione passa dal bianco ad un azzurro slavato, fino al grigio scuro dei frammenti di roccia che sembrano una “spolverata” che ricopre appena questo mastodonte immobile. 


Tutta la faccia sagomata del ghiacciaio é percorsa da venature irregolari, ed al centro, in basso, una profonda caverna si apre lasciando fuoriuscire il fiume, mentre ogni tanto un rumore sordo lascia intuire che un pezzo di ghiaccio si é staccato, infatti eccolo rotolare fragorosamente trasportato dalle acque verso valle. 

Il giorno successivo, iniziamo una lunga guida lungo la “West Coast” dell’isola Sud, che ci porterà fino al nostro prossimo alloggio, nella zona di Punakaiki, nel Paparoa National Park.
Prendiamo possesso della nostra camera e ci dirigiamo verso Punakaiki e la superiamo, diretti al luogo di ritrovo della nostra prossima escursione: una visita alle famose “Glow worm Caves”.
Come al solito il personale locale é simpatico e cordiale, ed in pochi minuti siamo dotati di elmetto e pronti a partire. Attraversiamo un incantevole scenario di foresta, come sempre dall’aspetto primordiale e lussureggiante, per poi seguire la nostra guida su per una ripida scalata verso l’ingresso delle caverne. Un paio di minuti per le spiegazioni e le misure di sicurezza ed eccoci accedere alle Ananui Caves


Sarà una gita emozionante, il percorso si articola su tre “livelli” in base alla profondità delle varie caverne, e l’unica luce é quella sui nostri elmetti. Si tratta di un ambiente geologicamente molto recente, difatti le numerosi stalattiti e stalagmiti sono molto sottili. Vediamo davvero decine di tipi di formazioni diverse, abbiamo il privilegio di osservare diverse stalattiti e stalagmiti, sottilissime, a pochi millimetri dal toccarsi e formare una colonna unica, processo che richiederà ancora almeno un secolo! Dopo il terzo livello e numerose “sale” una più stupefacente dell’altra, entriamo in un ambiente a prima vista non degno di nota, con alla base un rivolo d’acqua fredda e buia. Qua facciamo un’altra di quelle esperienze “WOW”. Spegniamo ancora le nostre lampade e… il soffitto si riempie di piccole luci azzurre! Ecco le famose glow worm, lo stadio larvale di un insetto il quale, percependo l’ingresso di una potenziale fonte di cibo, attiva il suo apparato luminoso, riempiendo la volta di pietra di miriadi di deboli luci. E’ come un cielo stellato nel cuore della terra...

Le “Pancake Rocks” sono rocce calcaree erose, dalla forma unica, simili a grosse colonne costituite da una fila di strati orizzontali, sono disposte in modo da formare dei raggruppamenti alla cui base il mare, se agitato, penetra con forza creando dei pilastri d’acqua, che subito scompaiono. Sono detti blowholes e si rimane ipnotizzati dal loro spettacolo. Nelle prime luci del mattino, ancora basse e diagonali, questo scenario merita una lunga passeggiata, ed é un soggetto fotografico incredibile. 


Ripartiamo. Guidando il nostro veicolo verso Nord, in direzione dei due parchi nazionali Kahurangi e Abel Tasman, il paesaggio ci dona altre viste piacevolissime.
La nostra destinazione é Kaiteriteri, che ha una spiaggia di un favoloso colore dorato, splendida nella luce del sole. Saliamo su un’imbarcazione che ci trasporta su un litorale sabbioso ancora più ampio, la spiaggia di Anchorage.


Lì abbiamo un paio d’ore per seguire un sentiero in salita che si inerpica lungo una collina immersa nel verde che ci consente di avere una visione dall’alto del mare, oggi di un colore blu acceso, dall’aspetto quasi tropicale, completamente differente dai mari freddi e grigi visti sulla costa ovest.

Il mattino é gradevole dal punto di vista metereologico. Altri chilometri percorsi con calma tra gli splendidi paesini che circondano Nelson, e poi dritti sino a Picton, dove lasciamo l’auto a noleggio e ci imbarchiamo su un grosso trasporto della Interislander per passare lo Stretto di Cook.
Impieghiamo circa tre ore per la traversata.
Tre ore dopo navighiamo con lentezza nella Fitzroy Bay, e osserviamo i palazzi di Wellington e le sue colline gremite di edifici sorgere dall’acqua. Nel cielo un aereo sta atterrando e la sensazione di ritornare ad una città vera e propria é straniante. 

La nostra “Compagnia dell’Anello” oggi é più numerosa, siamo circa dodici, di varie nazionalità. La guida, una volta preso posto sul bus, ci parla della realizzazione delle trilogia a Wellington e dintorni e ci mostra alcuni dietro le quinte attraverso un monitor. Cerca anche di farci capire quanto l’impatto di questi film abbia coinvolto in particolare questa città, e quanto amore e passione i Neozelandesi abbiano provato per questa “opera” cinematografica. La prima sosta é puramente simbolica, ma comunque importante. Nella ex cava di Dry Creek Quarry, sono stati costruiti, con un lavoro immenso, i set di Minas Tirith e del Fosso di Helm. Proseguiamo con l’autobus sino all’ Hartcourt Park, un curatissimo parco dove grazie alla nostra guida scorgiamo numerosissimi set originali della trilogia, tra cui, in un vasto prato, i giardini di Isengard, laddove Saruman e Gandalf conversano passeggiando, e dove in seguito gli orchi abbattono centinaia di alberi. Anche qui c’é molto lavoro di inquadratura e di post-produzione ma l’occhio appassionato riconosce gli scenari. Pochissimi minuti di autobus ci portano a ridosso di alcune case, in una zona residenziale.
Il nostro gruppo prosegue a piedi sino ad un fiumiciattolo e improvvisamente ci é chiaro che é la location utilizzata per la scena in cui il cavallo di Aragorn, Brego, risveglia il suo padrone (l’attore Viggo Mortensen), svenuto e ferito dopo la battaglia coi mannari.
Ripariamo, diretti al parco di Kaitoke, un’area verde e suggestiva, all’interno della quale sono state girate tutte le scene di Gran Burrone!
La guida ci mostra qualche foto e alcune illustrazioni che ci danno riferimenti pratici (un albero, alcune montagne) per identificare la posizione dei set rispetto al paesaggio, nelle scene del primo film.
Il vicino Mount Victoria é anch’esso un teatro di numerosissime riprese, specialmente quelle riguardanti la fuga degli Hobbit dalla Contea.
In un parco di conifere secolari, scopriamo altre lcoation, tra le quali il pendio da cui Merry e Pipino rotolano mentre fuggono dal fattore Maggot  (“Scorciatoia per i funghi”), la cavità nella quale i quattro Hobbit terrorizzati tentano di nascondersi dal Nazgul (“Via dalla strada!”), e la collina sulla quale, di notte, incontrano il cavaliere nero e fuggono sul . Ogni punto é facilmente riconoscibile, specialmente l’albero sotto il quale Sam e Frodo campeggiano durante la prima parte del loro viaggio, quando sentono il canto degli elfi in lontananza (nella versione estesa de “La Compagnia dell’Anello”).


Salutiamo Wellington abbastanza presto, oggi ci aspetta un’altra lunga sessione di guida: raggiungeremo direttamente il cuore della Northern Island, il parco nazionale Tongariro.
La pioggia torna a farsi sentire e le temperature sfiorano i sette gradi.
A tratti il tempo migliora e spunta un po’ di sole. L’aspetto dell’ambiente circostante qui é diverso, la maggior parte dei rilievi, perlopiú vere e proprie colline, sono piú bassi ma piú scosesi e ripidi. Gli ovini brucano la verde erba su queste particolari formazioni collinari che sono composte da irregolari “gradoni”. Siamo tra Paraparaumu e e Otaki, i greggi non cessano di essere una costante paesaggistica, anche se certamente meno ampi rispetto a quelli visibili lungo le strade del Sud.
Non siamo ancora vicini al Tongariro National Park che giá la temperatura si è abbassata a quattro gradi centigradi, e una amichevole signora nel bar dove gustiamo una colazione, ci dice che sono giornate straordinariamente fredde e piovose per il periodo e che é prevista addirittura neve a bassa quota. E noi che speravamo di trovare piú caldo qui a Nord! .
Non siamo quindi molto ottimisti nel riprendere la SH49 e la SH4, che costeggiano il territorio del parco a Sud e ad Ovest, mentre cerchiamo di avvicinarci alla nostra meta. Secondo la cartina i vulcani dovrebbero essere lì di fronte a noi, ma tutto ciò che scorgiamo é pioggia ed una parete di grigie nuvole.
Proprio quando la speranza si sta esaurendo le nuvole cominciano a diradarsi e in pochi minuti i primi raggi di sole filtrano, sciogliendo in parte la parete di foschia aprendo la vista a un gruppo di vertiginosi monti, completamente ricoperti di neve. Ecco il Ruapehu, il Ngauruhoe e il Tongariro, tre giganteschi vulcani che ora appaiono così vicini, e ci sorprendono con la loro mole!
La signora del bar aveva ragione, ha nevicato anche a bassa quota, dalle foto che avevamo visto ci aspettavamo più parte del cono vulcanico esposta, ma in questo caso é tutto ricoperto di un soffice mantello bianco.
Imbocchiamo una strada di ghiaia per il Tongariro Alpine Crossing, e una volta ben coperti (fa freddo e tira un vento sostenuto) iniziamo la nostra camminata. Il percorso base dura circa quarantacinque minuti, si parte dall’ultimo parcheggio raggiungibile e si percorre a piedi un sentiero, che sale dolcemente in una valle dominata da morbide colline ricoperte di una vegetazione bassa, stepposa, ciuffi di erba dorata frustati dal vento, mentre il terreno su cui camminiamo, terra e fango, é pieno di pozzanghere.
Il Ruapehu é sempre lì, e ad ogni curva diventa più vicino ed imponente, il paesaggio mantiene la sua ampiezza mano a mano che saliamo, poi il sentiero si inerpica con maggiore pendenza, e le colline acquisiscono un aspetto meno dolce, frastagliati pendii di roccia nera, rugosa e aspra, le cui sommità sono spesso irte di punte aguzze, di origine vulcanica. 


Tutto attorno a noi sarebbe nero o grigio scuro, ci guardiamo intorno e con un po’ di fantasia, tolta la neve, questi sono gli scenari di Mordor e dell’Emyn Muil che vediamo resi con tanta efficacia nei film di Peter Jackson. Ci spingiamo oltre, il sentiero si tramuta in scalini scavati nella roccia scura, saliamo in un’altra ampia vallata, di pietre sconnesse e affilate, più stretta, ci avviciniamo alle alte pareti di roccia vulcanica, e ci spingiamo sino alla sorgente del torrente che abbiamo sempre costeggiato, “Soda Springs”, una piccola cascatella nel fianco della montagna. Qua ci fermiamo ad ammirare il mt. Ruapehu.
Siamo distrutti, la camminava nella neve é provante e fa davvero freddo. Voltandoci a guardare il Tongariro, una volta tornati a percorrele la SH6, scorgiamo un pennacchio di fumo scuro uscire dalla sua sommitâ.

Ci dicono che qualche inglese buontempone, o qualche invidioso abitante dei paesi vicini abbia ribattezzato questa città “Rottenrua”, per il persistente odore sulfureo che pervade le sue strade, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Invidia, certamente, non solo queste voci sono grandemente esasperate, Rotorua é davvero deliziosa: file di strade dritte ed ordinate, ricche di attività commerciali e di attrazioni, un ambiente davvero curato ed accogliente, e l’odore di zolfo non crea alcun fastidio.
La comunitá Maori é più presente in questa cittá, e non mancano le indicazioni, che rimandano ad aree culturali ove é possibile conoscerne la storia, l’arte e le tradizioni. Quest’area é un sito geotermico molto attivo, avvicinandosi ai suoi confini scorgiamo qua e là, sulle colline o anche ai margini della strada, pennacchi di fumo bianco che sorgono dalle profondità della terra. Riposatici in un confortevole hotel di catena, optiamo per fare due passi nella zona dei ristoranti, un gradevole quartiere che offre sia ai turisti che ai locali, ottimo cibo (immancabile bistecca di angus e ottima birra artigianale neozelandese, molto diffusa in tutto il paese), musica e un ambiente piacevole in cui passare una serata.
Alcuni ristoranti offrono spettacoli maori e cibo tradizionale.
Il giorno successivo decidiamo di dedicare al sito di Te Puia una mattinata, e si tratta di un fuori programma che ci ripaga, dal momento che in un’area non troppo vasta si trovano molteplici formazioni di natura geotermica, da pozze di fango ribollenti, a rocce ingiallite dallo zolfo che circondano cavità nella roccia da cui escono caldi vapori, dalle acque azzurroverdi delle “pools” sino a spettacolari geyser, tra cui spicca il famoso Pohutu, il cui getto raggiunge i 30 metri. 


Una guida Maori illustra non solo le caratteristiche dell’area in senso scientifico, ma sottolinea l’importanza che ha per la loro cultura.

A Matamata, i cercatori di location di Peter Jackson hanno trovato durante le ricerche, un sito spettacolare, che sembrava uscito dalle pagine di Tolkien: verdi colline tondeggianti, un placido laghetto, un enorme albero dagli ampi rami, piccoli radi cespugli sotto un cielo azzurro. Era naturale sotto quelle gibbosità della terra immaginare il piccolo buco Hobbit di Bilbo Baggins! Così é stato! Hobbiton é identica a come la ricordiamo nel film. Qua non ci sono artifizi, ogni casa, ogni porta rotonda, ogni comignolo, ogni muretto di pietra é parte di un’unica inquadratura, a trecentosessantagradi si é immersi nella nostra favola preferita!
Ci sono una quarantina di case Hobbit nel sito, e ognuna ha minuti dettagli realizzati ad hoc, da un legnaia ad una zucca, da uno sgabello a una lanterna. Ah! Che emozione percorrere il ponte di pietra che Gandalf attraversa con il suo carro! E sostare sotto l’albero della festa! E una foto davanti a casa Baggins o a alla dimora di Sam Gamgee e Rosie Cotton? 


Percorriamo il ponte che costeggia il mulino e scopriamo che questi furbacchioni hanno riprodotto anche la locanda del Drago Verde, che con i suoi scuri locali e i mobili in legno fedeli alle immagini viste nel film, é suggestiva e ti offre la stessa birra che fu preparata, durante le riprese, per gli attori del film.
 
Quasi tre ore ci separano dall’ultima tappa del nostro viaggio neozelandese. Giunti nelle sue prossimità ci rendiamo conto di come il contrasto tra centri urbani e resto del paese sia forte. Varchiamo i confini cittadini un po’ spaesati, c’é un traffico più intenso che a Wellington, ed è anche un flusso più “nervoso” e caotico, a fatica troviamo il nostro albergo ed un parcheggio, decidiamo immediatamente che nel giorno successivo gireremo a piedi.
Se Wellington era cosmopolita, Auckland é internazionale. Vi sono moltissime etnie e culture diverse, e la presenza delle comunità asiatiche é impressionante. L’aspetto della città é qualcosa che qui non abbiamo ancora visto: gli edifici sono più alti e il centro ha numerosi grattacieli, le vie ampie sono costellate di negozi e attività commerciali, sui suoi marciapiedi scorrono migliaia di pedoni, troviamo artisti di strada, ragazzini che si danno allo skate, moltissimi giovani e tanti turisti. 


Il suo aspetto perde certamente il lato caratteristico del resto del paese, tuttavia nel suo caos mantiene un’aria di ordine e offre una sensazione di sicurezza, apprezziamo soprattutto la zona portuale, con le sue imbarcazioni, i bianchi ponti mobili, gli edifici ed i ristoranti molto curati in riva al mare (specialmente nel quartiere Queens Wharf, sul molo), e una suggestiva e completa vista sullo Skyline cittadino.
Città completa, ricca anche di forme d’arte, musei, scuole, gallerie, monumenti e sculture, vanta due curatissimi parchi in cui gli abitanti si rilassano e, almeno oggi, si godono una  calda giornata di sole.
 
Se volete leggere qualcosa in più di questo meraviglioso viaggio, potete trovare qui altri dettagli!

 Elena e Daniele sono una coppia di novelli sposi che ha alle spalle dieci anni di stupendi viaggi.
Dalla magica New York al freddo della penisola Scandinava, dallo splendore delle antichità romane alla modernità Londinese … amano esplorare nuove città e ammirare le meraviglie che la natura ha da offrire.
Elena, lodigiana di nascita si é trasferita nella verde Brianza assieme a Daniele, nato a Monza ma di origini piemontesi.
Sono entrambi appassionati di letteratura e cinematografia fantasy e fantascientifica, condividono l’amore per le saghe fantastiche e per i giochi!
(Perché ogni tanto c’è bisogno di essere un po’ bambini dentro!)
Daniele ha una passione per l’informatica e ama scrivere, Elena adora stare dietro ai fornelli e non si perde mai una puntata delle sue serie tv preferite.