martedì 19 giugno 2018

In Nuova Zelanda per l' Aotearoa Tour: impressioni a caldo dopo l'arrivo

Tour Aotearoa: 600 ciclisti, 3.000 chilometri e circa 33.000 metri di dislivello positivo da percorrere in bici in massimo 30 giorni, da Cape Reinga a Bluff. Numeri accattivanti, per gli amanti della Cabala! 

Aotearoa è il nome Māori della Nuova Zelanda (praticamente agli antipodi dell’Italia), che è stata attraversata per tutta la sua lunghezza con una partenza collettiva (in sei ondate da circa 100 partenti ciascuna), toccando da Nord a Sud gli estremi geografici di quel Paese. 



La scelta dei due luoghi è legata anche alla spiritualità e alle leggende degli antichi abitanti delle isole, che anticamente si insediarono approdando proprio a Cape Reinga.
L’evento biennale, brevetto in modalità bikepacking, non è una gara – l’organizzazione aveva, infatti, stabilito che non si potesse percorrere in meno di dieci giorni, pena la squalifica – ma molti lo hanno affrontato come tale, cercando di coprire la considerevole distanza nel più breve tempo possibile (per la cronaca, mi risulta che il più veloce abbia impiegato 10 giorni e 1 secondo).




La tag-line del Tour AotearoaNew Zealand 3000Km bikepacking odyssey – riassume perciò l’essenza di ciò che i partecipanti hanno dovuto affrontare: attraversare un intero Paese, in autosufficienza, sopportando il meteo talvolta avverso e tutti gli imprevisti del caso incluse le sirene! Non necessariamente le mitologiche tentatrici di Ulisse, bensì ciò che poteva allettare uno stanco e sporco ciclista, vale a dire un pasto caldo, abbigliamento pulito e asciutto, un letto confortevole.



Data questa premessa, sarebbe arduo descrivere puntualmente la mia esperienza nella terra dei Māori – tra Tour e vacanze trascorsa praticamente sempre in sella alla mia MTB – senza richiedere al lettore di ricorrere a tutta la sua pazienza, avuto riguardo ai frenetici tempi di Internet. 
Per la cronaca e le impressioni a caldo ho, però, tenuto grazie a Monica una sorta di diario fotografico sulla sulla pagina facebook di Viaggi & Delizie, che vi invito a consultare con l'hashtag #Aotearoa; troverete anche una mia breve intervista fatta pochi giorni prima della mia partenza.

Ora, però, veniamo a noi! Nel momento in cui mi appresto a scrivere queste righe, tutti i partecipanti sono giunti da tempo a Stirling Point (o si sono ritirati): posso perciò far fluire nuovamente le emozioni e i pensieri, adeguatamente sedimentati in questo periodo di tempo che mi ha visto tornare ai ritmi lavorativi e alle abitudini italiane, che avevo quasi dimenticato durante il mio “vagabondaggio regolamentato”. Questi ultimi due termini, in effetti, nonostante sembrino contraddirsi, negli eventi bikepacking sono strettamente correlati tra loro, tenuto conto che il tracciato è prestabilito ma che lo si può percorrere attingendo a risorse che stupirebbero Huckelberry Finn. 

Il mio ricovero notturno più comune sono stati i cortili delle scuole pubbliche, la mia cena più prelibata gli spaghetti in scatola della Heinz, la compagnia più gradita il terso cielo notturno, in cui la Croce del Sud più che indicare la direzione da seguire, è servita ad evocare le avventure narrate da Salgari.



ntendiamoci, non voglio dipingere la mia pedalata più ep
ica di quanto non lo sia
effettivamente stata, benché sia fiero di me stesso per come l
ho portata a termine.
Tuttavia, estraniarsi dai condizionamenti quotidiani per
un periodo più o meno lungo, per
me si rivela terapeutico. La mia cura poteva essere una veleggi
ata d
altura (si badi bene,
parlo di un
ntendiamoci, non voglio dipingere la mia pedalata più ep
ica di quanto non lo sia
effettivamente stata, benché sia fiero di me stesso per come l
ho portata a termine.
Tuttavia, estraniarsi dai condizionamenti quotidiani per
un periodo più o meno lungo, per
me si rivela terapeutico. La mia cura poteva essere una veleggi
ata d
altura (si badi bene,
parlo di un

attività in cui la barca a vela è il fine, non il
attività in cui la barca a vela è il fine, non il
Intendiamoci, non voglio dipingere la mia pedalata più epica di quanto non lo sia effettivamente stata, benché sia fiero di me stesso per come l’ho portata a termine. Tuttavia, estraniarsi dai condizionamenti quotidiani per un periodo più o meno lungo, per me si rivela terapeutico. La mia cura poteva essere una veleggiata d’altura (si badi bene, parlo di un’attività in cui la barca a vela è il fine, non il mezzo per raggiungere un luogo), ma da un paio d’anni a questa parte lo è diventata anche la bici, fuori strada e possibilmente anche fuori dagli itinerari turistici e lontano dalla folla. Per chi però, come me, è affetto dalla sindrome di Ulisse (quello che gira che ti rigira, alla fine a casa torna sempre!) vivere queste esperienze è come praticare bungee jumping: per quanto emozionante, c’è sempre qualcosa che mi trattiene, che impedisce all'esperienza di diventare totalizzante.

Il primo pensiero che mi torna alla mente (a parte il disappunto di quando, appena partito, ho danneggiato la catena a causa dell’impiastro di sabbia e acqua salmastra sulla Ninety Miles Beach e ho dovuto affrontare i 100Km di spiaggia in single speed) è «Sono venuto qui per questo», mentre attraversavo il Whanganui National Park, dove persino i pionieri reduci dalla Grande Guerra dovettero desistere dall'impiantare delle fattorie, a causa dell’ostilità della rigogliosa natura circostante. 



Nonostante i tracciati ed i sentieri in Nuova Zelanda siano curati dal DOC (Department of Conservation), non si può sperare in sconti di sorta a livello di difficoltà. Un gruppo di ciclisti di un’ondata successiva alla mia, tanto per fare un esempio, è stato riportato alla civiltà da un elicottero della protezione civile, dopo che una delle ricorrenti alluvioni che ci hanno accompagnato lungo il tour aveva portato via strade e ponti, tuttora in via di sistemazione, grazie anche ai nuovi pionieri, tra cui i ragazzi della BlueDuck Station.



Date le abbondanti piogge di cui abbiamo goduto (nonché un paio di cicloni tropicali fuori rotta, tra cui il famigerato Gita), il suono più familiare avvertito in Nuova Zelanda è stato, per me, quello dell’acqua scrosciante, sia essa piovana, dei torrenti o delle cascate che si formano ovunque. E del sapore di quell’acqua, mista a salsedine sulla spiaggia, a terra sulle strade carrarecce, pura quando raccolta da una cascata per dissetarmi. E sorridevo, al pensiero dell’italiano che è il primo consumatore in Europa di acqua in bottiglia (il quale, in buona sostanza, compra la bottiglia, dato l’irrisorio costo dell’acqua alla sorgente). Insomma, l’italiano è il primo acquirente di bottiglie in plastica.





Nonostante la bassa densità abitativa sulle due isole, è difficile non notare ovunque segni di antropizzazione. In questo, i neozelandesi hanno ereditato in pieno la spudoratezza dei propri ascendenti europei, benché abbiano cominciato a costituire parchi naturali e riserve sin dagli albori della colonizzazione intensiva, dalla seconda metà del XIX secolo.
Tuttavia, la natura ancora prevale sull’uomo, non soltanto quando si manifesta con violenti eventi atmosferici: la giornata in cui ho pedalato sulla South Island partendo da Haast, con un cielo terso dopo la tempesta del giorno precedente, mi ha riempito gli occhi e il cuore con le numerose cascate, i laghi Wanaka e Hawea, seguendo poi il corso del fiume Clutha fino alla graziosa cittadina turistica di Wanaka, omonima del lago, dove ho goduto di uno splendido tramonto. 



La cosa sorprendente è che la Highway 6 (da noi, le “autostrade” neozelandesi le classificheremmo come strade extraurbane secondarie, ma sono gestite dal Governo centrale e costituiscono una rete di trasporti strategica) è stata aperta nel suo tratto più meridionale solo nel 1965 ed asfaltata completamente nel 1995. 



A partire dall’800, comunque, c’era una rete di traghetti, ora soppressa, che collegava con finalità commerciali (e talvolta già turistiche!) le principali località sulle sponde dei due laghi. La manutenzione e la sorveglianza, oggi affidata ad operai in jeep, era in precedenza compito di semplici “stradini” che, armati di pala e piccone, si muovevano in moto provvedendo alle riparazioni urgenti nei circa 25Km di tracciato loro affidati. Il più famoso di essi era “Makarora Jack”, soprannome di John Hendry Lange, diventato un’icona dell’impegno che profondono i neozelandesi nel convivere con la possente natura locale. Mi vergognavo, al pensiero delle nostre case cantoniere abbandonate e della vegetazione che invade le carreggiate, mentre in Nuova Zelanda la manutenzione è costante anche se molto onerosa e non sempre tempestiva, proprio a causa dei ricorrenti fenomeni atmosferici di forte intensità.






Non c’è stato un momento in cui in Nuova Zelanda non mi sia sentito come a casa, molto più che se fossi stato nel Regno Unito, praticamente dietro casa. Forse anche per questo motivo – oltre che per la natura e per la posizione strategica tra Oceano Pacifico e Indiano, che rende poco costosi viaggi per noi estremamente esotici, come alle Fiji o in Polinesia – gli europei presenti sono molti, così come pure i nordamericani, mentre altre nazionalità che gradirebbero immigrare hanno rigide restrizioni sul numero di visti concessi. Si tratta spesso di giovani al di sotto dei trent’anni che usufruiscono del Working Holiday Visa (un visto per un anno di lavoro che, chi vuole, può alternare alle vacanze, analogamente a quanto avviene anche in Australia). Sembra che sia facile trovare lavoro nel turismo o nel settore primario (ho conosciuto una ragazza che lavorava in una fattoria di alpaca, introdotti per la lana al pari delle pecore merino), meno per chi cerca di immigrare da adulto: sono poche le professionalità ritenute utili all'economia locale e questo protezionismo è legato anche al ristretto mercato in cui la Nuova Zelanda può commercializzare i propri prodotti. Tuttavia, ci sono delle eccellenze come ad esempio la fabbrica di abbigliamento da ciclismo Ground Effect o il negozio di outdoor Macpac.



In tutta onestà, non saprei se consigliare di visitare la Nuova Zelanda: quello che ho amato io sono state le zone semideserte, la natura, la solitudine che mi ha accompagnato a lungo negli itinerari off road. I tratti percorsi in bici sulle strade asfaltate, sono stati spesso al cardiopalma a causa del traffico veicolare intenso; gli automobilisti killer sono molto più rari che in Italia, ma comunque presenti. Non pensiate perciò che il cicloturismo convenzionale offra soluzioni miracolose! Per non parlare poi del turista medio, che frequenta gli affollati ostelli o aree campeggio, si muove in bus o noleggia un veicolo. Faccio un breve cenno ad una esperienza eccezionale, analoga al Tour Aotearoa ma altrettanto non alla portata di chiunque: si tratta del Te Araroa, la traversata a piedi della Nuova Zelanda, passando per zone dove è talvolta necessario anche avere buone capacità tecniche, oltre che resistenza e spirito di adattamento. Insomma, pensate bene a cosa cercate, prima di imbarcarvi sull'aereo.




A questo punto, chi non ha intenzione di intraprendere un viaggio in Nuova Zelanda, potrebbe anche interrompere la lettura e soffermarsi solo sulle foto, per gettare uno sguardo oltre un paio di oceani. 
Tutti gli altri, invece, soprattutto i più curiosi di conoscere come è andata l'esperienza completa, dovranno aspettare l'uscita del prossimo articolo su questo blog per trovare spunti utili nell'organizzazione di un viaggio con la mia stessa meta! 

sabato 2 giugno 2018

Benessere e buona cucina: in visita al Tenimento Castello di Sillavengo, Novara

Tra i borghi delle terre novaresi, ricche di tradizioni culturali ed enogastronomiche, immersa nella campagna, sorge una storica villa padronale, costruita tra il XVI e il XVII secolo, in origine proprietà della famiglia Caccia Dominioni, discendente sin dal tardo '400 da un grande feudatario locale: è il Tenimento Al Castello di Sillavengo, oggi feudo di Antonio e Sabrina Pappalardo, che l'hanno resa una location raffinata, immersa nel verde, il luogo ideale dove fermarsi un attimo per rigenerare corpo e mente, senza tralasciare il gusto della cucina buona e naturale.
La villa ha subito, nel corso dei secoli, diverse ristrutturazioni, tra cui quella del XIX secolo che le ha conferito l'attuale aspetto esterno molto scenografico con la facciata nello stile dei bastioni di un castello merlato medievale, completo di torrette centrali.



L’interno della struttura si apre su un ampio spazio verde, racchiuso tra le storiche mura, dove rilassarsi, a contatto con la natura, in una piccola piscina. Affacciata ad essa, l’antica  grotta  di  ghiaccio,  utilizzata  nei  secoli  precedenti  come  deposito  per  gli  alimenti: oggi è un’area  wellness,  con  bagno  turco  e  doccia  cromatica emozionale.


Benessere e relax anche al piano superiore del Castello: qui si trovano la piccola palestra, la sala massaggi e 16 camere, tutte ristrutturate con materiali tipici del territorio. Tra queste la Private Spa Suite con sauna privata in camera: un mix di calore e vapore tonificante, un nuovo concetto secondo il quale il benessere inizia proprio dalla camera da letto.





Il Castello dispone inoltre di numerose piccole aree dove è possibile organizzare meeting di lavoro, cene e cerimonie....eh si, la storica villa si presta benissimo anche come location per matrimoni ed altri eventi importanti. Una delle zone che più ci è piaciuta è il risto-orto: un ambiente unico dove gustare un aperitivo circondati dai  profumi delle erbe, coltivate qui per essere utilizzate nella cucina del Ristorante Q33 - Tenimento Al Castello.



Resort, benessere ma anche buon cibo! 
Il buon cibo, al Castello Q33 di Sillavengo, è preparato dallo chef Maurizio d'Andretta e dal suo team.
Lo chef utilizza appunto i prodotti locali, alcuni piatti sono preparati con prodotti a km0, ovvero sono i prodotti coltivati nell'orto, che con molto buon gusto Sabrina e Antonio, gli attuali proprietari del tenimento, hanno voluto all'interno di uno dei cortili.



E' proprio qui che ci offrono l'aperitivo di benvenuto; aperitivo che gustiamo gironzolando nell'orto o seduti ad un tavolino riparati da un gazebo. 
Servita in un bicchiere, gustiamo un'insalata di foglie di spinaci, di foglie di bietole e di fiori vari; molto apprezzata la tartare di cervo e che dire delle alici pastellate, delle foglie di salvia fritte e delle uova di quaglia guarnite? Il tutto accompagnato , a scelta, da buon vino o da una bevanda analcolica.




Questo potrebbe bastare, ormai siamo sazi, ma è venuta l'ora di sederci a tavola.
Il ristorante, posto in un ambiente elegante e raffinato ci accoglie per il pranzo, preparato dallo chef d'Andretta, con piatti tipici piemontesi elaborati sapientemente.



Iniziamo con un antipasto, ovvero con un trancio di trota in carpione e crostini di pane con su una crema di provola affumicata e delle verdure fatte a chips, gusti che si abbinano alla perfezione e tutti molto delicati.



Come primo che altro se non il riso, prodotto proprio in questi territori circostanti? Il riso ci viene servito mantecato al gorgonzola - altro prodotto tipico della provincia di Novara -, sul riso la crema di gorgonzola con petali di fiori freschi ad abbellire il piatto; un primo saporito e gustoso, apprezzato da tutti i commensali.



Come secondo piatto viene servito il "tapulone di asino" ovvero uno spezzatino stracotto di asino guarnito da cubetti di polenta abbrustoliti. 
Abbiamo accompagnato il nostro pasto con un Nebbiolo delle Colline Novaresi, che ovviamente non può mancare nella carta dei vini di un ristorante legato al territorio.

Il dolce, chiamato "latte in piedi", è una pallina di gelato alla vaniglia con meringa ,adagiata su una salsa di maracuja e affiancata da un sorbetto di piselli con un bellissimo tocco finale dato da una violetta ed una primula, squisito!



Per il caffè ci spostiamo sotto al portico dove ci attendono altri dolcetti, la piccola pasticceria dello chef.
È proprio qui che lo conosciamo e possiamo finalmente complimentarci con l'artefice di tanta bontà.

A pochi chilometri da Sillavengo, non perdete la visita della città di Novara; noi vi diamo qualche consiglio su cosa visitare nella nostra Novara da scoprire.